#Fotointervista: Andrea Zampatti

Il fotografo bresciano in mostra a Capriate per Tierra! con gli scatti nel grande freddo. Ogni immagine una domanda

Venerdì 29 marzo alle 21 Andrea Zampatti inaugurerà la sua mostra “Il popolo del freddo” alla Biblioteca Comunale di Capriate in occasione del festival Tierra!. Andrea – le cui immagini sono state pubblicate a livello internazionaleha un’idea di natura dove tutto si perde nel bianco. Tra abeti, pini, sequoie e aurore boreali. Sulle tracce di ermellini, lupi e stambecchi il fotografo bresciano si è spinto fino alla Lapponia Finlandese. Dove il sole brilla a mezzanotte e il termometro arrivava a meno cinquanta, prima che il pianeta cominciasse vertiginosamente a scaldarsi.
Lo abbiamo sottoposto alla nostra #fotointervista: per ogni immagine una domanda.

Quando hai capito che la passione per gli ecosistemi freddi avrebbe potuto trasformarsi in una professione?
Il momento lo ricordo benissimo ed è immortalato nello scatto del Moscardino, una fotografia del 2008 fatta di corsa e capitata quasi per caso. Ero in giro con la mia macchina fotografica quando ho sentito uno squittio debolissimo, mi sono guardato intorno e ho visto questo cosino di due settimane lungo tre centimetri e aggrappato alla cima di un fiore. Ho pubblicato la foto online e da lì, nel giro di pochissimo, hanno cominciato a chiedermela da tutto il mondo: mi han contattato grosse testate internazionali come New York Times, Guardian, Times e Telegraph.
Prima di allora mi ero mosso tra torbiere e paludi attorno al lago di Iseo e nelle montagne dell’Alta Valle Camonica. Non ho studiato fotografia in senso stretto, ho una formazione artistica e l’aspetto estetico unito a quello per la passione per la natura ha fatto il resto.

Dopo quel primo grande successo come sei andato avanti?
Oltre a continuare a fare foto per i miei progetti personali, ho collaborato con il CAI. Quel primo risultato però mi ha dato la spinta per fare le cose sul serio: mi sono procurato l’attrezzatura e ho cominciato a macinare chilometri e chilometri sulle nostre Alpi prima e nel nord Europa poi. Ho realizzato alcune copertine sempre per le riviste del CAI, dove una volta sono state pubblicate otto pagine tutte dedicate al mio lavoro.

Come nascono le tue foto?
Direi un mix di fortuna, entusiasmo, curiosità e amore per gli animali e i paesaggi, uniti alla prontezza di riflessi. La foto del tramonto di qui sopra per esempio è stata scattata last minute, anche se sbattendomi tantissimo. Quel giorno aveva nevicato e anche se lavoravo fino a tardi, non potevo permettermi di far andar via la neve, era perfetta. Così son partito da casa appena possibile, tre quarti d’ora prima del tramonto, in direzione del posto più vicino in cui scattare, la Val Palot, sopra Pisogne. Avevo poco tempo. Mi sono messo a correre in un metro di neve fresca. Ho raggiunto un dosso e sono riuscito a scattare. Non sono un calcolatore, non mi aspettavo che la luna sarebbe uscita quasi esplodendo dalle nuvole così. Sono quasi rimasto male tanto era bella.

Poi è arrivata la tua prima esperienza in Nord Europa.
Era l’inverno tra il 2012 e il 2013 e mi sono organizzato per una vera e propria spedizione con un obiettivo preciso: fotografare il bue muschiato in Norvegia, nel Parco Nazionale di Dovrefjell-Sunndalsfjella. Quindici giorni in tenda nella tundra tra dicembre e gennaio sulle sue tracce. La mia prima esperienza all’estero è stata questa, un punto di non ritorno che poi mi ha portato lontano. Poco dopo sono partito ancora, questa volta per la Lapponia Finlandese, dove ho fotografato l’aurora boreale, dopo averla a lungo rincorsa. Ero nel Parco nazionale di Riisitunturi, un posto fantastico, molto conosciuto perché lì gli alberi di inverno diventano simili a sculture di neve, come fossero un esercito di ghiaccio. Penso sia il mio posto preferito al mondo.

Lapponia Finlandese, la tua seconda casa.
Sì, la mia seconda casa è là, dove ho messo radici: ci sono tornato tantissime volte, è il posto dell’anima. Ho avuto la fortuna di conoscerla grazie a Fabrizio Carbone, personaggio molto noto nel panorama naturalistico italiano, un ex giornalista che ha collaborato alla creazione di tante associazioni molto importanti come Lipu, WWF e Legambiente. Lui per tre o quattro mesi all’anno vive nella sua casa in Lapponia: sono partito da lì per scoprire il paese, avventurandomi nella taiga, che si contende con le Alpi il titolo di mio luogo preferito del mondo.

Come lavori in pratica quando parti alla ricerca di un animale da fotografare?
Penso che questo tipo di immersione nella natura porti a esplorare davvero una montagna, fuori dal sentiero, diversamente da un escursionista. È quasi come giocare a nascondino con gli animali: puoi sapere più o meno dove sono, ma poi devi approfondire, conoscere il luogo, rendertelo famigliare e poi studiare la biologia dell’animale, che fornisce informazioni utili all’avvistamento. L’ermellino per esempio si fotografa meglio d’inverno dove le tracce facilitano il lavoro, come per molti altri animali: sapevo di trovarlo in alcune zone del Trentino dove c’erano concentrazioni di esemplari molto alte. Così mi sono avventurato sulle montagne e dopo tanta pazienza l’ho incontrato.

Fotografare la natura ti permette di vederla anche cambiare profondamente…
In Islanda e sulle Alpi il cambiamento climatico è eclatante ed essendo appassionato di zone fredde mi è capitato di vedere ghiacciai ritirarsi a occhio nudo in pochissimi anni: da quello del Mandrone, all’Adamello, al Pian di Neve. Si sente che il freddo è sempre meno. In Lapponia storicamente i termometri arrivavano a meno cinquanta gradi. Quest’anno la minima è stata di meno trentaquattro ed è durata solo due giorni, senza contare gli sbalzi di temperatura improvvisi.

Come definiresti il tuo rapporto con la natura?
Il mio rispetto verso la natura non dico che è morboso, ma è totale. Per me non si tratta solo di una cosa da preservare, è molto più profondo il mio rapporto con lei. Quasi spirituale. Faccio fatica anche a descriverlo a parole, va al di là della conservazione, dell’ambientalismo e dell’ecologia. Tutti comunque temi fondamentali a cui tengo moltissimo: spero in realtà che attraverso le mie foto le persone vengano mosse da questa bellezza e portate ad essere un po’ più rispettose e consapevoli.

Infine dacci qualche spunto utile a chi voglia seguire le tue orme.
Sono molto affezionato all’Alta Valle Camonica, le valli che fan parte dello Stelvio: da Vezza d’Oglio a Ponte di Legno, alla zona del passo del Gavia, dove è stato fotografato questo stambecco. Se ci spostiamo nel bergamasco, gli stambecchi di Maslana sopra Valbondione penso di conoscerli uno per uno quasi per nome (ride, ndr) …anche quello è un posto splendido da scoprire.

E per chi le foto ama guardarle più che farle che suggerisci?
Assolutamente il mio fotografo preferito, che purtroppo non c’è più, è stato sbranato da un grizzly. Si chiamava Michio Hoshino e il suo Oshino’s Alaska è uno dei miei libri di riferimento, in cui ci sono foto bellissime di alci, orsi polari e balene. A lui è dedicata la biografia “L’orso blu”, scritta da un barcaiolo che per anni lo ha accompagnato nei fiordi in alaska, Lynn Schooler. Anche Arctique di Vincent Munier è una pietra miliare. Lui ha cominciato nelle sue montagne in Alsazia e poi si è piano piano spostato verso l’Artico. Il risultato è un libro molto bianco, minimale, quasi senza inchiostro, con foto molto delicate di animali. Perfetto.

http://tierranuoverotte.it/

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