Sanda Vantoni li aiuta a casa loro

Il 16 maggio a Longuelo l’incontro con la cooperante per il festival Fare la pace. Intervista

I migranti vanno aiutati a casa loro” è una delle frasi più ambigue che la politica è riuscita a esprimere negli ultimi anni. Ma “Aiutiamoli a casa loro? Io ci provo: una testimonianza” è anche l’incontro con protagonista Sanda Vantoni che giovedì 16 maggio a Longuelo sarà uno degli appuntamenti di Bergamo Festival – Fare la pace.

Xenofobia pelosamente malcelata? Tutt’altro. Giovanissima sociologa e antropologa, partita con il CEFA per il servizio civile in Marocco, Vantoni oggi lavora come stagista per UNHCR. E a soli 26 anni ha ricevuto il premio nella categoria Giovane volontario europeo 2018.
Insieme a Martino Ghielmi, curatore della rubrica “Vado in Africa” per la rivista “Africa”, affronterà le tematiche dell’integrazione, della migrazione e dell’inclusione sociale, portando sul tavolo la sua esperienza come cooperante.

Chiamo Sanda una sera di maggio. Non ci siamo mai viste prima e tra noi si frappongano più di duemila chilometri. Ma la nostra chiacchierata assume da subito i toni spontanei di un incontro davanti a un caffè. Lei è solare ed entusiasta come solo una giovane che crede profondamente in ciò che fa sa essere. Parla diverse lingue, ma dell’Italia le manca il gelato.

Ciao Sanda, è un piacere sentirti. Dove ti trovi adesso?
Sono nuovamente in Marocco, però adesso ho cambiato attività. Fino a novembre ero con CEFA, invece da gennaio sono con UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, come stagista. È un lavoro simile a quello che facevo prima sull’integrazione economica, ma invece di essere incentrato sui migranti è con i rifugiati. È la stessa tematica, un po’ più specifica.

Papà italiano e mamma belga, hai vissuto in Sudan, visitato la Rwanda e il Burundi, studiato in Italia e Canada, ora sei in Marocco… insomma, hai girato tantissimo. Come stai affrontando questa vita sempre in viaggio?
Non saprei, non credo sia necessaria una vera e propria scelta ragionata, è più un susseguirsi di opportunità da cui ogni volta si prende quella nella quale ci si sente più a proprio agio. Ormai sono sette-otto che vivo fuori dall’Italia, ma non è mai stata una cosa programmata. Poi oggigiorno è più facile vivere lontani, non è come cinquant’anni fa, quando si tornava a casa raramente. Adesso torno in Italia diverse volte all’anno e sono in contatto con tutti.

Aiutiamoli a casa loro” è stato uno slogan semplicistico molto usato nella scorsa campagna elettorale. Cosa ne pensi?
Penso che il fatto di spostarsi e di muoversi faccia parte della globalizzazione, come le merci è normale che in un mondo globalizzato si muovano anche le persone. Il fatto di chiudere i porti o di assumere atteggiamenti analoghi non cambia nulla. Se una persona ha deciso di lasciare il suo paese per cercare lavoro e cominciare una nuova vita lo farà indipendentemente dalle barriere. Anzi, forse questo atteggiamento di chiusura contribuisce a complicare ulteriormente il problema. Sempre che lo si voglia chiamare un problema, perché secondo me è naturale che le persone si muovano.

Fenomeni che hai affrontato anche a livello universitario, giusto?
Una cosa che era emersa dalle interviste svolte per la tesi era che le persone avevano deciso di lasciare l’Europa durante la crisi economica, molte perché avevano perso il lavoro. Essendo il Marocco in crescita in quel periodo tornavano per provare a rifarsi una vita lì. Queste persone avevano tutte il permesso di soggiorno, la doppia nazionalità e il passaporto. A dimostrazione del fatto che se la migrazione è legale le persone sono anche molto più propense a tornare nel proprio paese di origine: potendosi muovere più liberamente, la migrazione diventa ciclica.

E le migrazioni clandestine?
Il sistema per come è adesso costringe le persone a migrare clandestinamente e quindi anche a spendere tanti soldi per riuscire ad arrivare comunque dove avevano già deciso di arrivare, ma senza più una lira. Se queste persone non contribuiscono all’economia locale, è perché noi in primis non li abbiamo messi nella condizione di farlo.

Il problema è alla radice dunque.
Diciamo che si fa sì che una migrazione finisca col diventare irregolare, laddove se fosse regolare sarebbe molto più gestibile e potrebbe contribuire molto di più anche all’economia locale.

A te è mai successo di sentirti straniera?
Sì, ovviamente: dal momento in cui non parli la lingua locale o non la parli bene, fisicamente sei un po’ diverso, ti senti diverso. Ma non è una cosa negativa. Spesso ho l’impressione che quando si parla di integrazione si assuma che la persona straniera quasi debba rinunciare alla propria cultura, per confondersi con la popolazione del paese nel quale emigra. Invece, il fatto che uno si possa vestire come vuole o possa mantenere le proprie specificità è importante.

Un esempio?
Qui in questo periodo è cominciato il Ramadan, perciò nessuno può magiare o bere per strada a eccezione degli stranieri. E questa non viene vista come una cosa negativa perché si riconosce che tu hai una religione diversa, vieni da un’altra cultura, quindi non vivi nello stesso modo delle altre persone. L’integrazione non è vista come l’essere costretti a fare esattamente le stesse cose delle popolazioni locali.

Hai lavorato con il gruppo teatrale “Cantiere Meticci” di Bologna. Credi che la cultura possa essere la chiave per superare gli ostacoli, nazionalismi compresi?
Indubbiamente, penso che molti discorsi abbiano successo soprattutto tra quelle persone che non conoscono l’altro, il migrante. Attraverso attività culturali come il teatro o lo sport ti rendi conto che la persona “straniera” che hai di fronte ha i tuoi stessi obiettivi. Spesso anche gli stessi valori nascosti sotto etichette apparentemente diverse. Quindi sì, è importante soprattutto nelle scuole e tra le persone più giovani avere attività che promuovano l’interculturalità e aiutino a conoscere tutte queste realtà. È una ricchezza incredibile anche per i ragazzi italiani, che forse un tempo non avrebbero avuto modo di entrare in contatto con queste culture, se non attraverso documentari o libri. Ora abbiamo la possibilità di chiedere, parlare direttamente con le persone.

I cooperanti a volte vengono rapiti. Ma per certa stampa “se la sono andata a cerare” e potrebbero starsene a casa.
Innanzitutto, succede che persone vengano anche rapite e non sono solo cooperanti come Silvia Romano, ma anche persone che fanno business in Africa. Però su questi ultimi è raro sentire polemiche, quasi come se fosse più accettabile che una persona sia in un contesto specifico per fare business piuttosto che per solidarietà. Poi i giovani cooperanti non sono ingenui: chi decide di partire in zone meno sicure per fare un certo lavoro viene formato, conosce la cultura e la lingua locali e sicuramente viene scelto tra molte persone, proprio perché ha il profilo migliore per quel tipo di lavoro.

https://bergamofestival.it/

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