L’Alzheimer, la fede e l’amore assoluto de “Il Vangelo secondo Antonio”

Per deSidera, Scena Verticale con una storia intensa e capace di far sorridere. Venerdì a Bonate Sopra

Il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600 mila con demenza di Alzheimer). Di questa malattia – tema quantomai attuale, a cui se ne collegano molti altri – si parla ne “Il Vangelo secondo Antonio” della compagnia Scena Verticale, tra le più interessanti e riconosciute del panorama nazionale. L’occasione si deve al Festival Desidera che porterà lo spettacolo al CineTeatro Verdi di Bonate Sopra venerdì 12 luglio (ore 21.15, ingresso a offerta libera a sostegno delle associazioni Il Passo e La Casa di Leo).

Il testo ha debuttato nel 2016 a Castrovillari nel festival Primavera dei Teatri. Si è subito segnalato per la sua intensità e dolcezza, e per la capacità di trattare con toni delicati la malattia e la sofferenza. Senza alcun pietismo, Scena Verticale riesce a portare anche dei sorrisi, grazie all’involontaria comicità che le situazioni create si portano dietro. Quella “prima regola che mi do nello scrivere”, come spiega Dario De Luca, autore, regista ed attore dello spettacolo.

Oltre al morbo e a ciò che comporta a livello famigliare e sociale, “Il Vangelo secondo Antonio” – frutto anche di studio, incontri, testimonianze e approfondimenti medici, letterari e personali – parla di amore, pone domande sulla fede e sulla spiritualità di fronte alla malattia e al declino fisico e intellettuale. Diventa dunque un pretesto per riflettere sul senso religioso che ciascuno, volente o nolente, ha dentro di sé.

L’Alzheimer, patologia ancora oggi considerata un tabù, colpisce il protagonista don Antonio (interpretato da Dario De Luca), parroco di una piccola comunità della provincia calabrese e vicario del vescovo, impegnato nell’accoglienza dei migranti. Al suo fianco la sorella Ricordina (Matilde Piana), devota perpetua dal carattere rude, e il giovane diacono Fiore (Davide Fasano).
La malattia attaccherà la mente brillante del sacerdote e nulla sarà più come prima: i congiunti si muoveranno a tentoni in un terreno per loro sconosciuto, con rabbia, insofferenza e shock. Don Antonio, entrato nella nebbia, inizierà a perdere tutti i riferimenti della sua vita, avviando un calvario che coinvolgerà chi gli sta attorno e in particolare la fedele sorella. Tuttavia allaccerà un rapporto nuovo e singolare con Cristo, con questo sconosciuto, ennesima povera anima da accudire.
Ne abbiamo parlato con Dario De Luca, anche fondatore e direttore artistico della compagnia calabrese insieme a Saverio La Ruina.

Perché parlare di Alzheimer?
È capitato un po’ per caso di conoscere il morbo di Alzheimer perché due medici, Amalia Bruni e Francesca Frangipane, invitarono la compagnia a leggere i racconti che Frangipane aveva raccolto in un libro riguardo alcuni suoi pazienti. Testi brevi che proponevano un ventaglio di personaggi diversi: delicati, tristi, buffi. Mi sono appassionato e ho letto tutto il volume: la sera stessa decisi di lavorare sul tema. Dopo un anno e dopo aver studiato per entrare nella materia, ho deciso di parlarne perché pensai che valesse la pena raccontare quella che è, purtroppo, la malattia del secolo.

Un tema poco trattato allora in teatro.
Quando scrissi il testo, in teatro c’era poco o nulla riguardo l’Alzheimer, adesso invece ci sono diversi esempi, portando magari fatti personali. Questo testo non parte da una storia personale, ma prende spunto da un fatto accaduto ed è frutto di studio e incontri, forse anche per questo c’è uno scarto. Inoltre non tratta solo della malattia, perché volevo raccontare altro.

Per questo motivo ha scelto come protagonista un sacerdote.
Pensando e scrivendo mi si sono aperti altri interrogativi. Mi sono chiesto: cosa può accadere ad un prete, ossia un uomo abituato ad accogliere i pensieri, i ricordi delle vite delle altre persone, se perde la memoria? Ho scelto come personaggio principale un prete proprio perché volevo raccontare altro: mi interessava parlare della sua storia e creare un altro “corto circuito” nel pubblico per riflettere non solo sulla malattia, ma anche sulla fede e il senso religioso che ogni uomo ha.

Dove nasce la figura di Don Antonio?
Una volta mi hanno raccontato di un sacerdote di un paesino calabrese che aveva iniziato a perdere la memoria. Le persone che gli stavano vicino lo aiutavano anche nelle celebrazioni in chiesa. Un giorno, nella messa di Pasqua, al momento di dare le particole consacrate ai fedeli, iniziò a mangiarle. Ho pensato di incontrare le persone che hanno conosciuto il sacerdote, che ormai non c’era più, come la perpetua e il prete che l’ha sostituito, i parenti e chi lo aveva accudito fino alla morte: persone splendide. Così ho raccolto un po’ di materiale, anche riguardo i “meccanismi” della malattia. Poi l’approfondimento, per l’interpretazione e la scrittura, è avvenuto anche attraverso lo studio di materiali medici, scientifici, storie realmente accadute e pure romanzi. Inoltre ho potuto stare del tempo a stretto a contatto con la mamma di una mia amica, con cui passavo dei pomeriggi e di cui ricordo lo smarrimento negli occhi.

Lo spettacolo tratta anche delle conseguenze della malattia sulla famiglia.
Il personaggio di Ricordina rappresenta chi, soprattutto famigliari, si occupa dei malati di Alzheimer. È una malattia di cui ci si vergogna ancora a parlare e così la solitudine colpisce le famiglie. Inoltre, il carico, alla fine, sta su una sola persona: coloro che si prendono cura dei malati raggiungono un amore che è assoluto verso le persone che non li riconoscono più. A loro dedico lo spettacolo.

Altro tema infatti è l’amore.
Ho notato che nei malati di Alzheimer c’è la tendenza a chiamare “mamma” le persone che se ne prendono cura, che li accudiscono. È una cosa strana: è come se ognuno di noi, dentro di sé, sapesse che la persona che se ne prende cura è la mamma. Nonostante la memoria vada via, restano dei punti fermi, come della casse d’amore e non si sbaglia. Allora ho pensato che il mio don Antonio ad un certo punto sentisse di avere un rapporto particolare con il Signore.

Restando sui temi, tutti molto attuali, c’è quello del dimenticare. In un tempo in cui tutto è social e pubblico e in cui la nostra presenza può rimanere per sempre.
Non avevo pensato a come lo spettacolo si incastonasse nella nostra società e in questo momento storico, ma effettivamente c’è un profondo paradosso riguardo il non dimenticare. Tuttavia siamo in una società destinata a perdere la memoria e la sta già perdendo. Questa nostra presenza costante e l’impossibilità – pare – di non perdere la memoria: vedi Facebook che ti ricorda di post pubblicati anni prima, riguardo fatti di cui molto spesso però ci si era dimenticati. Anche nella politica, i cui esponenti prima esprimono un pensiero e poi lo contraddicono, ma nessuno di noi s’indigna perché non si ricorda. Siamo in una contemporaneità che ha reso meno forte la memoria: forse è un fatto inconscio credere di avere sottomano sempre i nostri ricordi, ma ciò ci fa vivere le cose in maniera meno forte, convinti che abbiamo degli strumenti che ci aiutano, ma in realtà siamo senza memoria.

Rispetto al contemporaneo dunque quale è secondo lei il ruolo del teatro?
Penso che il teatro sia luogo del dibattito più vero e non becero. Spero sempre che chiunque vada a teatro rimanga emozionato e si porti a casa una riflessione personale, un’emozione, il desiderio di parlare con qualcuno di quello che ha visto. Poi, nello specifico, che lo spettacolo piaccia, che ognuno possa portare conoscenza in più sull’Alzheimer o una forma di piccola pace interiore e serenità data dalla storia vista in scena. Ossia che si può vivere con un po’ più di serenità questa malattia. Spero che, chiuso il sipario, gli spettatori si fermino a parlare tra loro, magari qualcuno ha avuto esperienza riguardo l’Alzheimer, e si confrontino. Il teatro, essendo luogo del dibattito e della riflessione, non può che porsi dei temi che sono urgenti per la nostra società, per noi, in questo momento storico.

https://www.teatrodesidera.it/

(foto Angelo Maggio)

Questo sito utilizza cookies tecnici e di analisi statistica, propri e di terze parti. Per maggiori informazioni sui cookie, conoscere i cookie utilizzati dal sito ed eventualmente disabilitarli, consulta la nostra pagina . maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi