Al bar di Urs Stauffer potete ritrovare il vostro corpo perduto

Il danzatore e coreografo svizzero omaggia Pina Bausch. Al Festival Danza Estate sabato 6 luglio

Urs Stauffer è una vecchia conoscenza del Festival Danza Estate e tornerà a Bergamo per un aperitivo un po’ speciale il 6 luglio in un evento organizzato insieme al Teatro Tascabile (ore 18.30, alle 21 invece al Teatro Sociale lo spettacolo di Cristiana Morganti). “Rencontre fictive dans un bar réel – Incontri fittizi in un bar reale” è una performance in cui il pubblico, tra uno spritz e due chiacchiere, si troverà immerso nella performance del coreografo e danzatore svizzero attivo da trent’anni a livello internazionale.

Appuntamento alle 18.30 nel Chiostro del Carmine in Città Alta con Stauffer, che nell’ambito del focus dedicato a Pina Bausch, ha immaginato un incontro tra l’universo della coreografa tedesca di fama mondiale scomparsa dieci anni fa e quello del giovane coreografo Lloyd Newson. “I due non si sono mai incontrati in realtà – spiega Stauffer – ma il contesto da aperitivo informale e amichevole sarà reale, ecco il perché del titolo dello spettacolo. Il tema del bar inoltre ritorna negli spettacoli di entrambi”.

Un grande riferimento per il mondo della danza è “Café Muller”, il racconto danzato dell’infanzia di Pina Bausch nel caffè del padre. Cosa ti ha colpito di quello spettacolo e quale è la grande eredità di questa coreografa per te?
Ho visto diversi spettacoli della Bausch, compreso “Café Muller” in cui lei danzava. È stata un’esperienza indimenticabile. Pina è stata capace di portare in scena l’incontro umano, la relazione tra le persone, i giochi tra le coppie e il tema della seduzione. Tutto questo in un modo davvero molto poetico, da cui emerge il punto di vista di femminile unico di questa donna immensa. Inoltre per me è stata fondamentale anche la sua scelta di lavorare con personaggi molto anziani e molto giovani, un tema che ho portato anche nel mio spettacolo: le tre donne in scena avranno tra i 45 e i 60 anni e rispecchiano l’universo Pina, mentre gli uomini sono molto più giovani e rappresentano il punto di vista di Newson, anche nel movimento.

Oltre al rapporto gioventù-anzianità, come lavori sul tema del maschile e del femminile nello spettacolo?
Cerco di andare un po’ oltre nel mio lavoro e rispecchiare nel movimento un aspetto fondamentale: in ogni donna c’è una parte maschile e in ogni uomo una femminile con cui è importante entrare in contatto, anche se non si è danzatori. E poi c’è la seduzione e la sensualità della danza, che trascende ogni tipo di categorizzazione e riporta al centro il rapporto con il corpo. Il nostro e quello degli altri. Una relazione che spesso viene messa da parte in un periodo dove la comunicazione passa sempre più spesso dalle onde: tra telefoni, computer e messaggi si perde la fisicità. Non possiamo più darci la mano, ma tutto questo è fondamentale per noi e profondamente legato al nostro benessere.

In un quotidiano in cui viene meno l’importanza del rapporto con il corpo, cosa può insegnarci danzare o anche solo assistere a uno spettacolo?
Nella danza classica o moderna il corpo è ideale, giovane, atletico e svelto. La danza contemporanea invece dà anche la possibilità a un corpo non normativo di essere presente e trovare il suo posto, un aspetto molto importante per me. Ecco perché ho scelto di collaborare con persone di età differenti. Vorrei invitare chiunque senta la spinta a muoversi, di non limitarsi a vedere la danza, ma di farla. Non fatevi fermare dall’età, osate e siate coraggiosi, iscrivetevi a un seminario e sperimentate. Il corpo può danzare ed essere sensuale ad ogni età, basta ritrovare il corpo nel corpo e non nella testa….

Ritrovare il corpo nel corpo e non nella testa?
Sì, abbiamo la tendenza a cercare di sentire un piede o una mano attraverso la visualizzazione, va molto di moda oggi. Ma così non sono davvero nella mano, sono ancora nella mia testa. Lo sforzo è ritrovare una sensazione vera. Se mi tolgo le scarpe e vado a piedi nudi non immagino il tocco con il pavimento, lo sento per davvero. È una questione culturale, noi siamo molto nel pensiero, nell’analisi della situazione. Ma è un’analisi che passa dalla mente. Anche il corpo però fa la sua analisi ed è importante saperla cogliere. Se sto per inciampare non è la mente che mi fa restare in piedi, ma il corpo, con le sue rapidissime analisi su equilibrio, superficie e bilanciamenti.

Nel tuo percorso di ricerca rientra anche la formazione in Body-Mind Centering, che si concentra sulle relazioni che si stabiliscono tra corpo, mente, movimento e tocco.
È un modo di scoprire il corpo in movimento partendo dalla sua fisicità, non solo basandosi sulla parte scientifica che è fondamentale. Cuore di questo approccio è l’esperienza e su questo piano la mia e quella degli altri non sarà mai la stessa. Passa tutto dalla sperimentazione personale. Pensiamo a un bambino piccolo: non è possibile dargli un libro perché capisca come camminare, deve fare le sue esperienze imparando attraverso il corpo. Un approccio che anche gli adulti dovrebbero recuperare, affiancandolo alla possibilità di una mente sviluppata. Lavorando poi sull’integrazione psico-fisica l’esplorazione viene potenziata…

Come?
Il nostro benessere è molto basato sul nostro benessere fisico. Pare scontato, ma è messo sempre troppo poco in pratica. La classica mens sana in corpore sano vale per ogni età. Per invecchiare serenamente è molto importante capire queste cose, andare oltre l’immagine pubblicitaria e ritrovare il legame con il corpo facendone esperienza. Inoltre spesso ci illudiamo di poter comprare il benessere con la medicina, aspettandoci dal terapista di avere ciò che manca. In realtà ci scordiamo che nel processo di ritrovamento della nostra salute anche noi abbiamo una responsabilità attiva e il nostro impegno è fondamentale.

In passato hai lavorato anche insieme a persone con disabilità.
Tantissimi anni fa all’università ho fatto studi che mi permettessero di lavorare insieme a persone con diverse disabilità, sia fisiche, sia mentali. Mi ha colpito moltissimo come i docenti dei corsi parlassero in chiave teorica: in un ambito in cui in tanti casi l’unico modo per comunicare è quello fisico, mi pareva assurdo vedere come il corpo non venisse mai coinvolto. Questo mi ha portato a cercare di ritrovare anche il mio di corpo per imparare comunicare in un modo diverso.

Cosa è emerso?
Oggi sono convinto che abbiamo tutti le nostre disabilità, che si vedano o non si vedano apertamente. Ricordo di aver insegnato a un gruppo di persone giovani e meno giovani: tra loro c’era chi aveva delle disabilità fisiche, chi non aveva disabilità visibili e altri professionisti. Quel tipo di lavoro richiedeva di sentire il corpo in ogni situazione, cosa che per i danzatori professionisti si è rilevato un problema. In quel caso i disabili sono poi diventati loro, mentre quelli che avevano solo una gamba erano cosi abituati a gestire la propria disabilità e capaci di essere nel corpo in ogni momento, che anche se avevano poco margine di movimento a disposizione si mettevano in gioco, senza paura di lasciarsi andare, abbracciando le possibilità che avevano. Molte meno possibilità delle mie, ma completamente esplorate e sperimentate. Fu incredibile e ancora oggi mi tocca profondamente.

https://www.festivaldanzaestate.it/

(foto Gianfranco Rota)

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