Le chiacchiere immaginifiche di Miss Goffetown

Un’installazione dell’artista e illustratrice per Topipittori a UAU Festival dal 21 al 23 giugno / FOTOGALLERY

Un festival è un luogo in cui chiunque inaspettatamente può regalarti qualcosa e tu puoi far lo stesso”. La pensa così Miss Goffetown, che per UAU – Festival d’illustrazione e cose belle dal 21 al 23 giugno proporrà un’installazione site specific allo Spazio GATE, all’interno del Parco della Malpensata.
Dietro questo pseudonimo c’è l’artista Fulvia Monguzzi, che non ama mostrarsi e insieme agli illustratori Guido Scarabottolo e Anna Resmini è tra i protagonisti di UAU. La tre giorni dedicata all’illustrazione è ospite del calendario di Baleno, il festival dei linguaggi creativi organizzato dalle associazioni Pigmenti e Tantemani nell’area verde della Malpensata, che attraverso il lavoro di riqualificazione di questi ultimi anni sta donando occasioni di incontro, dialogo e stimoli culturali, artistici e musicali alla città (qui abbiamo parlato nel dettaglio di UAU, qui di Baleno).

L’appuntamento è venerdì 21 alle 19 con l’inaugurazione del progetto dell’artista, che da una formazione iniziale come scultrice si è progressivamente “alleggerita” – parole sue – muovendosi verso l’illustrazione e collaborando con case editrici indipendenti.

Sono contenta di tornare a Bergamo – racconta Miss Goffetown – Questa città mi è molto cara, ho vissuto qui alcuni anni. Mi piace sia la sua vivacità a livello di eventi culturali, sia la sua vita quotidiana. Qui avevo un collettivo che si chiamava UA, Uncles and Aunts, con Elenia Beretta, Elisabetta Bianchi, Mara D’Arcangelo e Anna Arzuffi: organizzavamo mostre e workshop in casa. La cosa era molto semplice: noi davamo solo matite, colori e una tematica, poi chiunque, anche non addetto ai lavori, si poteva esprimere in piena libertà….”.

Lavori con differenti mezzi espressivi: dalla pittura, all’illustrazione, all’incisione. Dove sperimenti la libertà maggiore?
Assolutamente nella pittura. Sta tutto in quello spazio bianco dove prima non c’era niente. Ogni volta che mi metto a dipingere ritrovo la carica. Spesso nella vita ti ritrovi costretto in certe scatole, in definizioni o ruoli troppo stretti, nella pittura invece no, puoi inventarti tutto.

All’inizio del tuo percorso artistico c’è la scultura. Cosa è rimasto di quest’arte tridimensionale in quello che fai oggi?
In questo periodo lavoro tantissimo con l’acrilico su carta o tela. Pennellate veloci, contorni sghembi, colori pieni. Sto cercando di abbattere l’accademismo, dopo essere uscita da Brera, dove ho studiato scultura. Quella terza dimensione ritorna anche nel disegno. Quando prepari i bozzetti per una scultura devi saper vedere e rappresentare anche quell’aspetto su carta. Anche se ormai l’ho abbandonata, è difficile che le mie mani stiano ferme: ho progetti e oggetti in testa. Mi piacerebbe fare dei candelabri in argilla o in das e chiamarli Reggimoccolo.

L’ironia e l’interesse per le piccole cose quotidiane sono due aspetti che ritornano molto nel tuo lavoro…
Mi piace immaginarmi come una piccola goccia cinese, che lavora su quello che sta dentro le persone. Sono le piccole cose che ci uniscono. A chi non si è rotto il cuore una volta nella vita? Ci siamo passati tutti. Poi a questo si aggiunge l’ironia, che si inserisce nel racconto delle cose, cambiando il modo in cui le leggi. Se anziché dire che è caduta per terra, parlo di una pera che si è suicidata gettandosi dal tavolo, è subito dramma.

Oltre al tuo percorso personale hai all’attivo anche numerose collaborazioni…
Da qualche tempo lavoro con la casa editrice Topipittori per la collana Gli anni in tasca. Tra le illustrazioni più recenti quella per “Un albero, una gatta, un fratello” di Maria José Ferrada, presentato qualche settimana fa presso Spazio BK di Milano. Una raccolta di autobiografie d’infanzia per cui ho realizzato la copertina. Un libro, che come il resto della collana, è molto interessante a livello culturale: il periodo dell’infanzia ci accomuna tutti. Quando si parlava con questa scrittrice cilena dei suoi ricordi, c’erano persone che divertite dicevano: “Cavoli, ma tua nonna è uguale alla mia, anche se siamo cresciute dall’altra parte del mondo!”.

Quando parli del tuo lavoro spesso utilizzi il termine chiacchierate più che racconti… cosa intendi?
Preferisco le chiacchiere perché riportano a un piano meno formale. È più fluido del raccontare, puoi pescare le parole che ti interessano con maggiore libertà. In particolare ci sono due età chiacchieranti a cui sono molto legata: la prima infanzia e l’anzianitudine.

In che senso?
Entrambe sono due età molto narrative. Quella degli adulti è una fascia meno chiacchierante invece, perché è immersa in un flusso di azioni. Il bambino invece è pieno di perché, racconta le sue giornate piene di avvenimenti memorabili, mentre i nonni nel loro raccontare condividono qualcosa che hanno salvato del loro passato. Credo che le vite degli altri in certi casi possano davvero salvare la tua. Quando ci sono giorni in cui pensi di non riuscire ad alzarti dal letto o dal divano e poi leggi “Cent’anni di solitudine” e trovi un enorme conforto. Non sei l’unica a vivere certe cose…

Quanto è importante il senso di comunanza nel tuo lavoro da artista indipendente?
Moltissimo. Mi piacciono le collaborazioni, ognuno ha una tecnica diversa e un punto di vista differente. A Bergamo ci sono state molte persone con cui ho avuto modo di collaborare, oltre alle ragazze di UA: Francesco Chiaro, con lui ho sempre lavorato e con cui ho fatto l’Accademia, un vero ed energico istigatore di masse e con lui tutto il gruppo di Wodoo Studio, il regista Alberto Dall’Ara e Andrea Arnoldi, mente di UAU, con le sue letture per bambini. E ancora molti altri che mi hanno cambiato lo sguardo.

Cosa intendi per cambiare lo sguardo?
Ci sono alcuni incontri che ti aprono mondi e cambiano il modo in cui guardi le cose. Vale per tutti, non solo per gli artisti. Basta guardare, essere curiosi, non c’è un metodo specifico, ci vuole molta sensibilità. Credo che l’artista abbia il ruolo sociale di cambiare lo sguardo, anche verso le cose più banali.

A te chi l’ha cambiato lo sguardo?
Tantissime persone e altrettanti artisti, come Matisse, Picasso e l’arte contemporanea, che è fondamentale. Se vedo un’incisione che rappresenta un’ape che è stata stampata due volte, è come se stesse facendo “bzzz”. Meraviglia. Chi ha potuto pensare a una cosa così semplice e pazzesca?

https://www.facebook.com/uauilfestival/

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