“Uomo radice” come Tiziano Fratus il dendrosofo

Venerdì 12 aprile a Solza, per Tierra!, presenta il libro “Il sole che nessuno vede”. La nostra intervista

In un festival che si chiama Tierra! uno come Tiziano Fratus ci sta a puntino. Venerdì 12 aprile sarà al castello di Solza per parlare di “Il sole che nessuno vede”. Lui infatti è l’Homo Radix. Scrittore e poeta, bergamasco classe 1975, vive nella pianura piemontese. Ha coniato il concetto di “uomo radice” ed anche quelli di cercatore di alberi e alberografia che hanno dato vita a numerosi libri di poesia, narrativa e saggistica, mostre fotografiche, itinerari e laboratori. Ha curato per sei anni la rubrica “Il cercatore di alberi” per La Stampa e attualmente scrive sulle pagine de Il Manifesto. È il protagonista del documentario “Homo Radix” diretto da Manuele Cecconello.

Come dicevamo sarà ospite di Tierra!. E parlerà di un libro nel quale racconta la semplice azione di sedersi in ascolto negli ambienti naturali per smettere così di dare ascolto all’io e iniziare a ricostruire il mondo. A far parte dell’immensa materia che circonda l’uomo e a nutrire quel sole invisibile presente in ognuno.

Quindi cos’è “Il sole che nessuno vede”?
È quel motore che consente ad una persona di poter trovare le energie e le forze nei momenti più difficili e complessi della propria vita. È una fonte, è la sorgente che ognuno di noi ha dentro e va rinnovata, ascoltata e alimentata.

Nel libro la sua attenzione verso la natura incontra la meditazione.
Fanno parte dello stesso percorso all’interno della dendrosofia, una forma di conoscenza ed esperienza che nasce dal rapporto tra uomo e natura. In questa disciplina, la meditazione assolve un ruolo importante perché attraverso la meditazione in natura si scopre un modo per star meglio e si riesce ad avere un rapporto ancora più profondo con gli elementi naturali. A volte sono esperienze di dendrosofia, incontri come quello di Tierra!, oppure cammini nel bosco o giardini storici che abbracciano l’osservazione, l’ascolto, l’incontro e contemplano suggestioni condivise.

(Faggeta di Montecimino, foto Tiziano Fratus)

Le definizioni che la riguardano sono Homo Radix e cercatore di alberi: ce le spiega?
Cercatore di alberi è una definizione generica che riguarda tutti coloro che dedicano parte del proprio tempo a ricucire una piccola geografia intima, i cui punti di arrivo e di passaggio sono alberi secolari che hanno storia annosa, eccezionale, oppure boschi e riserve naturali nelle quali i grandi alberi possono essere incontrati. L’uomo radice è l’idea che mi venne in mente molti anni fa durante un viaggio in California nel quando incontrai le prime sequoie. A Big Sur nacque la poesia “Homo Radix” che diventò la definizione di “uomo radice” ossia una persona che attraversa il paesaggio e crea connessione spirituali e culturali con elementi della natura, in questo caso alberi e boschi. Un’accezione di identità.

Altro concetto che la contraddistingue è “alberografia”.
Attraversare il paesaggio e mappare, documentare la presenza di alberi notevoli o particolari, fotografarli, misurarli, raccogliere le storie. È una conseguenza del percorso: si conosce e si disegnano mappe per sé stessi e per altri, di modo da condividere i cammini.

Le qualità di un cercatore di alberi?
Anzitutto la curiosità. Poi se scopre che ama gli alberi e la natura, dedicherà una parte del proprio tempo a ricercare questi grandi patriarchi, scoprire come sono fatti, quale sentimento e quale fascinazione creano in lui e nelle persone care.

Il legame con gli alberi, il paesaggio e la natura ha caratterizzato molti suoi lavori, non solo letterari. A quando risale il primo incontro?
In California, davanti alle sequoie, nasce l’idea che poi si evolve nel tempo attraverso le opere che ho scritto e le esperienze che ne sono conseguite, con comprensione, e che alla fine hanno arricchito il mio bagaglio. Credo che la curiosità di esplorare e conoscere il paesaggio e la natura sia sempre stato presente in me, sin da bambino, quando andavo per i fatti miei con la bicicletta a vedere quello che c’era nel paesaggio attorno a dove vivevo, nella pianura della bassa bergamasca e poi fra le colline del Monferrato. Ero interessato a tutto ciò che capitava: dagli insetti piccolissimi alle legge feroci che regolano i meccanismi naturali.

La sua scrittura può parlare di alberi, ma la riflessione tocca altri punti…
La scrittura mi piace molto e nel tempo si è nutrita delle esperienze che ho fatto e continuo a fare. Il mio interesse è rivolto allo scandagliare il tempo, a cercare di capire il senso della vita. Non mi definirei uno scrittore prevalentemente arboreo, non di rado lo sguardo punta gli umani, altre volte le radici di un bosco. Ho proseguito a scrivere libri che avessero come tema l’albero anche per richiesta degli editori, però con la libertà di trattare l’argomento secondo il taglio che mi sembrava più urgente.

Cos’è per lei la scrittura?
È un artigianato. L’ho sempre considerata un grande piacere e come qualcosa attraverso la quale si crea una nuova verità. Noi conosciamo forme di verità nella vita quotidiana, in ciò che facciamo, nelle scelte che prendiamo. Ma per lo scrittore esiste una verità che si delinea vivendo la propria forma d’espressione, attraverso le parole e le storie che riesce ad intrecciare. É un’attività che mi galvanizza, e mi piace indagare come un’idea o un’immagine possano prendere forma attraverso l’uso sapiente delle parole.

(Canforoatami in Giappone, foto Tiziano Fratus)

Come l’uomo si può porre di fronte alla natura?
Anzitutto è un interrogarsi. L’uomo ha bisogno di soglie da indagare ed elementi a cui contrapporsi per capire meglio sé stesso. La natura è un trasformatore: è qualcosa di bello, affascinante, ricchissimo di storie e l’uomo ritrova se stesso attraverso questo rapporto e questi ambienti. Molti grandi spiriti religiosi hanno avuto bisogno di andare nel bosco, di specchiarsi nella natura per capire qualcosa di nodale della propria vita.

A proposito di ambiente, che ne pensa della manifestazione dei giovani?
La natura è sempre più presente nella quotidianità ed è palese nei movimenti giovanili che si stanno interessano alla natura e alla salute del pianeta. L’uomo ha davanti a sé una storia nella quale la dipendenza ai cambiamenti climatici sarà sempre più evidente, e prepotente. Quindi è compito degli uomini di questo secolo e del futuro cercare di armonizzare al meglio la propria esistenza col mondo che andrà a presentarsi. Ogni forma di coltivazione e di rapporto particolare e personale con la natura non sarà un fatto personale, ma sarà ancor prima un atto politico. Riguardo ai giovani dico: speriamo. Al momento è bello constatarne l’interesse, commovente. Bisognerà vedere se ciò si trasformerà in qualcosa di concreto, cioè se cambierà qualcosa nella vita delle scelte politiche ed economiche, negli stili di vita. Tutti ci auguriamo che questo momento porti qualcosa di nuovo e non soltanto figure da copertina.

Un suo libro si intitola “I giganti silenziosi. Gli alberi monumento delle città italiane”. Un esempio?
A Bergamo c’erano splendidi alberi, faggi e cedri ma si sono spenti. Oggi a Villa Grismondi Finardi, in zona stadio, c’è una magnolia ultra-secolare, maestosa, tra le più belle della Lombardia. Gli alberi monumento portano aventi la loro esistenza, tocca a noi conservarli, ammirali perché vivono qui da 150-200 anni, sono viaggiatori nel tempo. Ma a parte questi gioielli, ben curati dai proprietari, ci sarebbe bisogno di attenzione verso l’albero comune, anzitutto nelle città, luoghi non adatti e dove spesso viene maltrattato. Mi riferisco alla pessima abitudine di potare e ordinare: spesso è violenza gratuita. Bisognerebbe innescare maggiore comprensione verso il benessere stesso degli alberi e armonizzare la loro esperienza nei nostri ambienti.

Ci svela un ricordo del suo percorso nella natura e tra gli alberi?
Sono molto legato ai viaggi che ho fatto in California nei parchi di sequoie. Non solo perché lì sono nate le prime idee che hanno fertilizzato il mio percorso, ma anche perché vedere quelle immensità, i più grandi alberi viventi, è un’esperienza estasiante da augurare a chiunque. Sono invenzioni della natura e non si possono spiegare: di fronte a questi capolavori ti senti affascinato e allo stesso tempo disarmato, provi anche sconcerto perché sono dei titani, immensità vive. Certo, c’è ammirazione per ciò che la natura riesce a fare. Sono luoghi a cui torno spesso col ricordo.

Ci anticipa qualcosa sul suo prossimo libro “Giona delle sequoie”?
Finalmente i primi di giugno per Bompiani uscirà questa decennale fatica. È stata la più grande sfida a livello di scrittura. Si tratta di un libro vasto che racconta i viaggi epici in California, ma è anche una ricerca storica con le vicende di persone che hanno scoperto, sfruttato, e alfine salvaguardato le grandi sequoie. Si calcola che attualmente sia rimasto meno del 10% della foresta antica presente fino al 1850: il resto è stato abbattuto. È stato uno dei più grandi disastri ecologici della storia causati dall’uomo. Il libro è anche un viaggio caratterizzato da varie venature, ad esempio i ricordi: quando racconto l’incontro con le grandi sequoie associo ricordi dedicati a mia madre e mio padre, figure importanti che ormai sono assenti dal mio orizzonte da molti anni.

Altri progetti?
Da poco è uscito “Poesie creaturali, Un bosco in versi”, raccoglie due decenni di dedizione alla poesia. Lo presenterò a Bergamo domenica 5 maggio durante la Fiera dei Librai. Invece il prossimo 30 maggio a Milano sarà proposta una mia mostra fotografica, “Arborgrammaticus”, nell’ambito del Milano Photo Festival (catalogo Bolis Edizioni) mentre in autunno uscirà un nuovo quaderno di meditazioni, prosecuzione de “Il sole che nessuno vede”.

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