Abbiamo chiesto a Piotta i suoi 5 dischi della vita (e lui ce ne ha detti molti di più)

Uno dei rapper più credibili della scena italiana venerdì 12 luglio sarà a Fara Rock

Era il “supercafone” del rap romano, oggi è il re di “Suburra” ma soprattutto un artista rispettato e ammirato da tutta la scena hip hop italiana. Stiamo parlando di Piotta, che sarà a Fara Rock venerdì 12 luglio.
Quello di Fara Gera d’Adda è uno dei festival più longevi e apprezzati della provincia di Bergamo (siamo ormai alla ventiseiesima edizione). Piotta condividerà il cartellone con Raymond Wright e The Sound Rebels nella prima serata (in levare) di mercoledì 10 luglio. Giovedì 11 sarà invece la volta del nuovo progetto dub degli Almamegretta, mentre sabato 13 sul palco troveremo il roots reggae dei Morgan Heritage. Domenica 14 protagonista il songwriting irriverente di Ruggero de I Timidi, la chiusura lunedì 15 col sound dei Los Wavy Gravies.

Alcuni del Piotta ricordano solo le hit che lo hanno fatto esplodere negli anni Novanta, “Dimmi qual è il nome” e “Supercafone”. Brani che allora svelarono al mondo il concetto di “coatto” e un modo di fare rap più scanzonato e divertito rispetto a quello impegnato che promuovevano altro colleghi musicisti nello stesso periodo (leggi alla voce Frankie Hi-Nrg, per citarne uno).

Poi arrivarono gli anni Duemila e “La Grande Onda”, inizio di una fase dalle alterne fortune nel quale Piotta “a volte ritorna” e, nel frattempo, lavora tanto dietro le quinte. Diventa produttore, si dedica a miriadi di collaborazioni, resta nell’underground puro dell’hip hop, mantenendo alta la stima nel settore. Tommaso lavora a teatro, scrive libri e infine torna ad essere “popolare” nel 2017 con la sigla della serie Netflix “Suburra” distribuita in 192 paesi.

Oggi il Piotta è in tour con “Interno 7”, il suo nono album o meglio un concept in cui l’artista romano riflette sul tempo, sui ricordi e si mostra apertamente al suo pubblico. A quest’ultimo, fedele negli anni, descrive la sua infanzia chiudendo la tracklist con “Maledetti quegli Anni ’90”, singolo di inizio estate dedicato al padre recentemente scomparso.
Seguendo questa tendenza a guardarsi alle spalle e l’indole da musicista dalle varie sfaccettature, abbiamo provato a chiedergli non tanto della sua musica, quanto di quella che più ammira.

Prima di scrivere “Interno 7” hai svuotato la tua cameretta di quando eri ragazzo, trovando molti ricordi. Fra gli oggetti che hai trovato ci sarà stato anche un disco per te importante.
In studio ho una cosa come 15.000 e passa dischi, tra vinili e cd. In cameretta ne avevo meno ma comunque svariate centinaia. Tutti i soldini dei regali, quelli della paghetta e dei miei lavori in radio e feste private come dj, li investivo nell’acquisto di dischi. Nuovi o usati a Porta Portese. Quelli importanti sono ed erano più di uno. Se proprio devo indicartene uno, ti direi “Walk this way” dei Run-DMC con gli Aerosmith. È infatti l’ascolto improvviso di quel brano, durante un’estate anni ’80 al mare, che mi fece innamorare dell’hip hop, un vero colpo di fulmine.

Ce ne sarà anche uno invece che hai sempre portato con te.
Anche qui, ce n’è più di uno. Dal funk di George Clinton e James Brown al rap dei Public Enemy e dei Cypress Hill, dalla musica jazz-fusion di Herbie Hancock e dei Crusaders, al cantautorato di Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Se anche qui mi costringi a riassumere è dura, ci penso ancora un po’ e poi ti dico.

Parliamo un attimo di “interno 7”, qui sei anche tornato suoi tuoi passi rivisitando alcuni dei tuoi vecchi brani. Da dove viene questa necessità?
Ci sono due chiari motivi. In primis perché “Un’estate ed è finito” è un brano scritto e cantato con il compianto Primo (Primo Brown dei Cor Veleno, ndr) ed era un modo ulteriore per omaggiare l’amico e l’artista. In secundis perché, trattandosi di un disco di ricordi, “Sempre Là” era perfetta per essere rieseguita, reinterpretata e messa di nuovo in scaletta dal vivo dopo tanto tempo.

Tirare in ballo i tuoi vecchi singoli mi da l’assist per una domanda che mi frulla in testa dall’inizio: cosa è per te la notorietà e come si relaziona con la credibilità artistica?
La notorietà è uno stato di necessità legato al lavoro pubblico del musicista. Per il mio carattere, per la mia educazione e per la mia attitudine l’Arte è tutto, il resto è un corollario, dalla fama alle premiazioni. Ancora più discutibile, sempre secondo me, è se i fini ultimi sono solo fama e denaro. In questo caso c’è davvero qualcosa di malato. Mi rifiuto infatti di pensare che il denaro possa essere il fine, per un artista, al limite può essere un mezzo per realizzare la propria creatività in maniera libera e indipendente.

Terzo album e una riflessione: le parole sono importanti come diceva Moretti.
Come terzo album ti direi la produzione discografica di Ivano Fossati, tutta. Ritmo e parola. Mio padre era un suo attento ascoltatore, io anche. Lo adoro.

Che rapporto hai con il rap italiano? Con i suoi testi, con la misoginia latente che contengono, con il mondo hip hop che raccontano?
Con l’hip hop italiano ho un bel rapporto. Lo ascolto quasi tutto, dal nuovo al vecchio, da quello più suonato a quello elettronico. Mi piace perché finalmente è passato un messaggio che porto avanti dal 1999: non c’è un solo hip hop! Ognuno lo fa a suo modo, per età, gusto e sensibilità. L’hip hop è tutto ed il suo contrario, underground o mainstream, hardcore o d’amore, cantautorale o da club, crossover o mescolato con ritmi latini. Per dirla alla Sciascia… A ciascuno il suo. E calcola che c’è così tanto hip hop italiano che oramai lo preferisco anche a quello europeo. Su tutti chiaramente prevale quello americano, ancora inarrivabile per storia e potenza.

Ecco appunto, parliamo di storia e così forse mi darai anche un quarto album. Hai recentemente collaborato con Afrika Bambaataa, lui ha influenzato la tua carriera artistica?
Afrika Bambaataa non ha influenzato solo la mia carriera artistica, ma quella di tutti quanti. È lui che ha inventato la parola “Hip Hop” ed in quanto tale l’ha fatta arrivare a tutti noi sparsi sui cinque continenti. E’ stato un enorme onore collaborare con un artista del suo calibro.

Tu sei anche un produttore, mestiere che credo ti permetta di fare anche molta autocritica e di ripensare a tanti meccanismi della discografia di ieri e di oggi.
Tendo sempre a non generalizzare, su niente e nessuno. I giovani sono tanti e ognuno è fatto a suo modo. C’è chi è stra-sicuro di se e poi non va da nessuna parte, c’è chi sembra molto più insicuro ma questo lo spinge a studiare sempre. E studiare ed evolversi è la ricetta segreta di ogni artista e di ogni essere umano.

So che in tanti ti hanno chiesto del tuo rapporto con i talent e non voglio tornare sull’argomento. Dimmi invece quanto, in Italia, la Tv influenza la musica. Troppo?
Sì, la tv in Italia influenza fin troppo la musica, per questo – e così ti lascio anche un quinto titolo – se c’è un album che avrei voluto produrre è uno qualsiasi di Vinicio Capossela. Vinicio è davvero un grande artista, oltre che un appassionato di patafisica come me. Fa musica allo stato puro senza un solo compromesso televisivo e mediatico. Stima totale.

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