Nelle mille e una notte Pasolini era la dolcezza

A Bergamo Film Meeting la mostra fotografica, un convegno e la proiezione dell’ultimo film della Trilogia della vita

Di Pasolini non si racconta mai la dolcezza. E chissà che la mostra di Bergamo Film Meeting 2019 dedicata a lui e a “Il fiore delle mille e una notte” (9-16 marzo, ex chiesa della Maddalena, Bergamo), con la proiezione del film e una tavola rotonda (9 marzo) con nomi importanti non siano un’occasione per coglierla, questa dolcezza. Dato che “Il Fiore” è probabilmente il suo film più dolce (oltre che uno dei più belli), se con questa parola intendiamo umanità, amore e compassione. le stesse, ad esempio, del “Vangelo secondo Matteo”.

Pasolini e le mille e una notte” il titolo dell’esposizione. Con le foto di Roberto Villa in Iran e Yemen (qui ne trovate sei in anteprima) e i rari filmati “Appunti per un film sull’India” e “Le mura di Sana’a”. Lo stesso Villa, il critico cinematografico Roberto Chiesi (curatore del Centro Studi – Archivio Pasolini della Cineteca di Bologna) e molti altri nel convegno. Al centro lui, Pasolini: l’eretico, il corsaro, per molti il più grande (e aggiungiamo noi: distorto) intellettuale del Novecento.

 

Tutto vero, tutto giusto. Ma di Pasolini questa dolcezza non la si racconta mai. Come fa invece Dacia Maraini (che de Il fiore fu coautrice della sceneggiatura) in un appunto riportato dal Centro Studi sul poeta friulano a Casarsa della Delizia.
Scrive lei: “Non si può immaginare fino a che punto fosse dolce Pier Paolo e quanta la sua capacità di complicità, i suoi silenzi, perché era un uomo estremamente silenzioso, che parlava molto poco, poteva stare delle ore senza dire una parola, però la sua presenza era sempre lì”.

Pasolini dolce. Pasolini silenzioso. Quando nei video su Youtube parla sempre, o cammina come una rockstar, e poi parla ancora e ancora. Affermando cose durissime; non lasciando scampo a nessuno. “Uno col suo coraggio e la sua sfacciataggine non l’ho mai incontrato” diceva di lui Ninetto Davoli.
Eppure questa dolcezza c’è. Ed è proprio nei petali di quel fiore che Pasolini estrae da “Le mille e una notte”. Per costruire una scatola cinese di fiabe. Nel 1974, quando il cinema d’autore è drammatico, d’impegno, si inoltra in profondissime analisi psicologiche, oppure è ironico ma in un senso sardonico, impietoso.

In mezzo a tutto questo Pasolini appoggia il suo film sul sesso, sui corpi, su quell’autenticità esistenziale che andava cercando oltre il Mediterraneo. Forse illusoriamente perché, come racconta Roberto Villa in una breve intervista che potete trovare su Youtube, anche in Iran e in Yemen la globalizzazione stava arrivando e con essa il consumismo delle auto Toyota per strada e dei prodotti cinesi e giapponesi nei negozi.

Ma la dolcezza di Pasolini e della sua (disperata) illusione è lì, sull’orlo del suo abisso. Sta in quel sesso che è amore intrecciato con la morte – la prima rapisce per salvare dalla seconda. Senza volgarità e senza pruderie. Ma anche senza tralasciare nulla. Lieve proprio come i petali del suo fiore, anche quando la storia racconta una morte crudele.

La dolcezza grazie alla quale, come scrive Moravia in una recensione sull’Espresso di allora, “Pasolini regala il sorriso”. E difatti sorridono tutti in questo Oriente magico inventato dal regista che anche dietro la macchina da presa è sempre poeta: il giovane Nur ed-Din e la sua schiava Zumurrùd che si perdono e ritrovano, Aziz e Aziza, Shahzamàn, Dùnya e tutti gli altri.

È un cinema puro quello de “Il fiore delle mille e una notte”, porta in scena le persone trovate sui set (e doppiate con accento pugliese). Costruisce un film “pieno di polvere e di facce povere. Ma – aggiunge Pasolini raccontando la sua opera al quotidiano Il Tempo – ho fatto anche un film visionario, in cui i personaggi sono ‘rapiti’ e costretti a un’ansia conoscitiva involontaria, il cui oggetto sono gli avvenimenti che gli accadono”.

La forza di queste “Arabian Nights” (così venne intitolato il film all’estero) sta tutta in questo impasto di dolcezza, incanto e “ingenuità” con cui Pasolini narra nel suo cinema poetico i volti (anche quelli degli attori-feticcio Ninetto Davoli e Franco Citti), le montagne silenziose come lui, i deserti sconfinati e i corpi che si incontrano senza malizia.

“Il fiore delle mille e una notte” è un film dolce perché Pasolini era dolce: conosceva la profonda umanità e la profonda compassione. Prima di tirarlo per la giacchetta, per ogni giacchetta ideologica, politica, estetica. Prima di erigerlo a santo laico o tranciarlo con giudizi senza scampo ricordiamoci questo. Perché se la sua è stata un’eresia, tale eresia è nutrita anche da questa dolcezza. La dolcezza di cui ci vergogniamo, di cui non parliamo più. La dolcezza dei sogni e la sua, di cui abbiamo bisogno: “La verità non è in un solo sogno, ma in molti sogni”. Così si apre il film citando “Le mille e una notte” e così potrebbe chiudersi.

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