Padania sushi (all you can eat)

Filippo Minelli per Tierra! presenta il suo “Padania Classics. Atlante dei Classici Padani”

Padania Classics. Paesaggi così classics da averli sotto gli occhi e forse non averli mai visti. Filippo Minelli venerdì 4 aprile a Mozzo per il festival Tierra! presenterà il suo volume di indagine sul paesaggio della piana del Po (Sala Civica c/o Biblioteca Comunale, via Orobie 1). Con lui il curatore Emanuele Galesi (UPDATE: l’evento è annullato).
Un progetto che è parte di una personalissima ricerca all’intersezione tra paesaggio, politica e comunicazione, che ha portato l’artista a esporre in tutto il mondo. Dalla Somerset House a Londra, al Münchner-StadtMuseum a Monaco, passando per la Triennale di Milano e l’ArtScience Museum di Singapore.

Padania Classics. Atlante dei Classici Padani” è un viaggio visivo lungo cinque anni, dal 2010 al 2015. Un’opera di documentazione famigliare di panorami. Una raccolta di fotografie di paesaggi ultrareali, che inondano lo sguardo, lasciandolo spesso colmo di detriti. Molte delle immagini sono state pubblicate sulla pagina Facebook Padania Classics (ferma da maggio 2018).
Resti di architetture non finite, luoghi non più luoghi dove le periferie si assomigliano ad ogni latitudine, cartelloni pubblicitari e aree libere ma ingombranti dedicate alla pubblicità. Spazi in cui Filippo Minelli è stato immerso per anni, essendo cresciuto in un paese del bresciano.
Qui, appena fuori dal centro storico cittadino, l’esistenza nelle zone industriali è scandita al ritmo dei timer dei microonde delle tavole calde con pausa pranzo a 10 euro. E scossa dalla possibilità di un’apocalisse vicina e spaventosa: la chiusura dei centri commerciali la domenica.

Potenzialmente in zona industriale ci si potrebbe passare un’intera vita. Puoi lavorarci, andarci a ballare, a far spese, mangiarci un panino e poi andare a dormire nella casa sopra la ditta”. La tipica casa-azienda diffusa anche nel bergamasco: “Un’architettura unica del nord Italia, quella della casa-azienda. Un ibrido tra spazio lavorativo e abitativo, fatto di piscine di plastica montate nei cortili delle aziende e dell’orgoglio di non lavorare per un padrone ma per se stessi. Un lavoro che è un’identità e un’identità che è il proprio lavoro”.

Filippo Minelli la sua Padania la racconta tra una stazione e un check in all’aeroporto. Ironicamente sospeso in spazi di transito. Quei non-luoghi, come li ha definiti il sociologo Marc Augé, dove non c’è identità e la connessione web fa saltare la linea, frammentando la comunicazione.

Attraverso le tue osservazioni di architettura e paesaggio, quale Italia, anzi Padania, racconti?
Da sempre sono affascinato dai cambiamenti del paesaggio. Questo progetto è nato quasi per scherzo da un gruppo Whatsapp, dove tra amici ci scambiavamo le immagini più assurde che trovavamo in giro. Ad attirarci era un paesaggio non storico, non naturale, ma frutto delle speculazioni edilizie ed economiche degli anni Novanta e del loro impatto sull’ambiente. Forse tutto questo non l’abbiamo capito subito quando abbiamo cominciato. Poi però abbiamo aperto una pagina Facebook, dove caricavamo le foto di queste periferie urbane per molestare visivamente le persone.

La cosa è nata per scherzo.
Un po’ lo facevamo per scherzo e un po’ con un approccio disincantato sul mondo che ci circondava, per non dire invadeva. Un luogo unico al mondo, questa Padania, che di fatto è il paesaggio contemporaneo globalizzato.

Unico e globale quindi?
Sì, esatto. Allo stesso tempo. Il geografo Francesco Muñoz utilizza un termine specifico, urbanalizzazione. A livello mondiale la Padania è esattamente intercambiabile con la provincia polacca sviluppatasi a partire dagli anni ’90, con quartieri mezzi residenziali in cui potresti essere ovunque, a Seriate come a Manchester, se non fosse per la lingua che si parla.

Sfogliando il libro alcune immagini creano un senso di potente straniamento. Richiuso il volume, molto di quello che c’è attorno alla città e si perde nelle rotonde ai margini delle aree urbane e degli autovelox diventa immediatamente più vivido e visibile…
Inserire queste immagini in una cornice metaforica ha sempre funzionato. In realtà, dopo poco tempo che pubblicavamo le fotografie online, una persona mi ha raccontato di aver fatto un viaggio in moto da Peschiera a Piacenza e per la prima volta ha visto lo spazio che lo circondava. “Non mi ero mai spiegato quella sensazione di stranezza che avevo tornando da un viaggio – mi ha detto – Era questo insieme di cartelloni pubblicitari, rotonde costruite risparmiando una chiesetta e di fabbriche e fabbrichette a farmi quell’effetto. Eppure davo tutto così per scontato che non me ne ero mai accorto”. Dopo un po’ ho cominciato a lavorare in modo più metodico e da lì l’indagine si è fatta più analitica.

Cosa è emerso dal tuo lavoro di ricerca?
La Padania esiste davvero paradossalmente, ma non è quella costruita a tavolino, quella della Lega e di un’eredità celtica. La Padania è quella del sushi all you can eat aperto ventiquattro ore. Dei monumenti all’assurdo. Delle palme sfoggiate come un lusso. Un retaggio decadente di un orgoglio coloniale che adornava le ville liberty. Specchi di un immaginario esotico a pochi chilometri dal Garda. Il Califfato di Padania. A volte è tutto così televisivo che non capisci più neanche dove sei eppure, in teoria, saresti a casa.

Alcune cose sono così assurde che in molti le hanno trovate divertenti. Nei commenti alle foto spesso si ironizza.
Molte volte quando andavo in giro a fotografare, non lo nego, scoppiavo a ridere per certi dettagli. L’ironia non è necessariamente paternalizzante, funziona benissimo per sdrammatizzare alcuni aspetti tragici (o che forse non lo sono ancora, ma lo saranno presto purtroppo). Non è un modo per elevarsi o essere snob. Sono pure io al cento per cento un prodotto di tutto questo. E anche nel mio lavoro in galleria utilizzo spesso neon e impalcature e cose simili.

Tutti un po’ padani, insomma.
Credo di averla assorbita questa atmosfera e di doverle anche molto. Inoltre ci sono aspetti folcloristici in questi paesaggi e altri che riflettono qualcosa di più profondo: desideri, aspirazioni e identità delle persone che vivono in questa striscia di chilometri tra le Alpi e gli Appennini.

E anche simboli…
Per molto tempo in questo periodo ho riflettuto su quali fossero i simboli della nuova politica dominante in un mondo di politichetti post-ideologici. L’ideologia in realtà non è superata. Ha subito uno slittamento, è diventata un’ideologia di mercato e il paesaggio la riflette in tutto e per tutto.

La Padania come specchio del liberismo.
Nell’epoca delle ideologie potevi leggere il mondo attraverso i monumenti eretti dal dittatore di turno. Simboli di potere che poi al ribaltamento politico venivano tirati giù. Ora in tutto il mondo i grandi monumenti sono i centri commerciali, specchio di una dittatura del mercato. Una dittatura liquida, che cambia colore, forma, orientamento e che si insinua anche nel pensiero. Negli stili di vita. Nelle visioni del mondo e non solo nelle abitudini di consumo.

È lo Zeitgeist, lo spirito del tempo.
Ho un po’ questa – forse potrei chiamarla – presunzione di pensare che questo lavoro abbia portato qualcosa di nuovo a livello di dibattito culturale. Mi pare assurdo che non sia stato fatto prima, che qualcuno in qualche istituzione o università non abbia pensato di lavorare sul paesaggio in questo modo. In fondo l’abbiamo sotto gli occhi tutti, tutti i giorni.

Hai un passato da writer e street artist e come artista hai fatto progetti in tutto il mondo. Che cosa hai ereditato da tutto questo?
Sicuramente il fatto di lavorare in maniera indipendente. Un approccio alle cose molto propositivo, che non ti fa aspettare che arrivi il curatore di turno a invitarti a fare qualcosa. Poi la consapevolezza del fatto che gli spazi museali non sono necessariamente i luoghi migliori dove esporre. Soprattutto ora, con le nuove tecnologie, molte di quelle istituzioni stanno diventando un po’ antiche, come dei luoghi in cui ti metti una medaglia al petto. Certo, sei contento e il tuo lavoro è valorizzato da esperti del settore. Ma in molti casi le istituzioni – non mi riferisco solo a quelle culturali – non sono più un interlocutore credibile e questo lo dimostrano le elezioni.

Vivi all’estero per la maggior parte dell’anno. Cosa si vede da lontano?
In Italia il problema grosso è che in generale la cultura viene considerata solo come intrattenimento o evento. Lo Stato non supporta la ricerca, né i privati lo fanno troppo. La Padania è uno dei posti più inquinati d’Europa. La prima cosa che mi viene in mente quando ci penso da fuori è che è un luogo veramente ostile, anche se ci sono legatissimo. Vivo all’estero da anni ormai, tra Sudamerica e Lisbona. Devi proprio volerci davvero tornare in Padania, nella Macroregione.

Nella Macroregione ci sono 27 province, 3333 comuni e 6904 cave si legge nel tuo libro.
Nella Macroregione ogni persona ha a disposizione una striscia di 1,80 metri di asfalto. Più o meno la dimensione di una bara.

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