12 motivi per andare al nuovo Museo del Burattino

Da venerdì 5 luglio a Bergamo, ecco perché merita assolutamente una visita

Perché mettere un burattino in un museo, quando esso è nato per la vitalità delle piazze, gli spettacoli popolari, le battaglie in baracca, tra legnate, battute fulminanti e grida di incitamento dei bambini? La risposta è per dare la giusta visibilità a un mondo considerato “teatro minore”, importantissimo nella tradizione bergamasca e con immense potenzialità creative e artistiche. E perché i burattini sono belli da vedere. Espressivi, artistici, interessanti, portatori di storie, anche quando stanno fermi in un museo.

Venerdì 5 luglio viene inaugurato il Museo del Burattino, all’ultimo piano del Palazzo della Provincia di Bergamo. La Fondazione Benedetto Ravasio, con il sostegno della Provincia, espone alcuni dei pezzi più significativi di collezioni private della bergamasca e non solo. “Un progetto sempre sognato – racconta Sergio Ravasio, figlio dello storico burattinaio Benedetto Ravasio e presidente della Fondazione – e che abbiamo capito che poteva diventare realtà dopo la mostra del dicembre 2018, grazie all’interessamento della Provincia” .

L’ingresso sarà a prezzi modici (5 euro il biglietto per gli adulti, la metà per i bambini, con sconti per le famiglie), con apertura tre giorni a settimana: giovedì, venerdì e sabato, per coinvolgere anche le scolaresche. Noi di Eppen abbiamo visto la mostra in anteprima, durante i lavori di allestimento, con la guida di Sergio Ravasio e Chiara Bettinelli, progettista culturale ed esperta di teatro popolare, che ha realizzato il percorso di visita.

Ecco 12 motivi per visitare il Museo e restarne affascinati come è successo a noi.

Storie di briganti
Fra i diversi temi, quello dei briganti. In esposizione sono schierati tutti i protagonisti della vicenda del Pacì Paciana: il brigante, le guardie, il sindaco, il traditore… il bello è che non appartengono tutti alla stessa muta di burattini ma hanno provenienze diverse, così si possono apprezzare le diversità stilistiche a seconda dell’epoca di realizzazione e della mano del burattinaio. “Di solito più le teste sono grosse più sono antiche, quando anche le baracche erano più grandi e lo stile più pacato e recitativo”, commenta Chiara Bettinelli.
La diffusione e il successo della vicenda del ‘brigante’ Pacì Paciana nel teatro di burattini conferma la presenza, nel repertorio drammaturgico tradizionale, di pièces storiche ispirate a personaggi di cronaca. Pacì Paciana, trasfigurato in eroe positivo dal sentire popolare, è un bandito della Valle Brembana realmente esistito le cui gesta vengono narrate a partire dall’inizio dell’Ottocento, subito dopo la sua morte. Benedetto Ravasio, e prima di lui Domenico Rinaldi e molti altri, intrattengono il pubblico anche per più serate consecutive con storie che rievocano le sue imprese rocambolesche.

Il calendario di questa edizione – che vede anche una prima rappresentazione in debutto a Bergamo: “Momo e il dio della burla” di Teatro Medico Ipnotico (foto sopra) – prevede due linee guida. La prima è dedicata alla radice europea del Teatro di Figura con tutte le sue espressioni di forme, personaggi e temi. La seconda riguarda la contaminazione come esperienza vitale e creativa. Da qui la presenza di compagnie nate nelle varie e feconde realtà regionali italiane che hanno iniziato un lavoro dialettico con altre forme teatrali ma anche con linguaggi e culture differenti, facendo dell’apertura una possibilità di incontro generativo di nuovi percorsi.

Le maschere regionali
Tra fine Settecento e primo Ottocento, con l’arrivo anche in Italia delle istanze della Rivoluzione Francese, nascono alcuni personaggi regionali che vanno ad affiancarsi, e in alcuni casi a sostituire, i personaggi della Commedia dell’Arte, progressivamente relegati a ruoli secondari. Troviamo esposti il Meneghino milanese, il modenese Sandrone a Modena, i romagnoli Sganapino e Fagiolino: tutti specchio dell’identità, anche linguistica, dell’area geografica che li ha generati. Questi caratteri, figli della Rivoluzione, non sono più servi, come Arlecchino o Brighella, ma artigiani, piccoli commercianti e, in generale, appartengono quasi tutti alla piccola borghesia cittadina: Meneghino è un portiere di palazzo e Gianduja un fabbro. Fanno eccezione Gioppino e Sandrone che mantengono forte il legame con la terra e la conseguente dimensione popolare. Saranno questi ultimi a dominare nelle baracche allestite nelle piazze e nei cortili.

Maghi streghe e fattucchiere
Maghi, mostri, streghe e vecchie fattucchiere, antagonisti per antonomasia degli eroi, appartengono anche ai repertori del teatro dei burattini. In esposizione ce ne sono di bellissimi esemplari: verdi di rabbia e cattiveria, strabici, paurosi, mostruosi. Streghe e maghi popolano caverne, antri bui e foreste dando spesso l’opportunità al burattinaio di utilizzare piccoli trucchi scenici: fiammate, pozioni magiche, voci tonanti e repentini cambia di scena.

Il mostro dalle zampe di gallina
I mostri, costruiti dai burattinai, sono spesso mossi con la mano direttamente infilata nel burattino a guanto oppure dall’esterno con una o due bacchette, in alternativa vengono mossi con la tecnica “a bastone”. In alcuni casi vengono anche applicate bocche con fili per poter aprire e chiudere le fauci, muovere le gambe o le zampe posticce. Spesso somigliano a draghi o serpenti, ma in alcuni casi la tradizione contadina contribuisce fortemente alla definizione delle loro caratteristiche. È il caso del mostro con le zampe gallina esposto al Museo dei Burattini, che ricorda gli spaventosi personaggi delle storie di paura narrate nelle stalle nelle sere di veglia.

Il profumo del legno di cirmolo
Tradizionalmente per realizzare i burattini si usa il legno di cirmolo (detto anche pino cembro), particolarmente duttile e resistente, che viene intagliato e dipinto a mano. Si tratta di un albero alpino dal profumo persistente e gradevolissimo, un mix di resina e pinoli. Per le sue caratteristiche viene usato per arredamento, soprattutto in camera da letto, e falegnameria fine. Insomma: i burattini profumano, soprattutto nel momento in cui vengono intagliati (e in esposizione ci sono anche le varie fase di realizzazione di una testa di legno, a partire dal cubo di cirmolo).

Copioni e canovacci
In mostra anche copioni e canovacci, stampati o scritti a mano in bella calligrafia. Il repertorio è sterminato, il nucleo originario sono i canovacci, riscritti, della commedia dell’arte (ne è un esempio “Il gran convitato di Pietra” ovvero “Gioppino cinque minuti all’Inferno”, titolo tratto dal repertorio del burattinaio Domenico Rinaldi). Accanto ad essi farse, commedie e, a partire dall’Ottocento, drammi e drammi storici. “Per anni c’è stata una osmosi fra cultura alta e cultura bassa, per cui gli spettacoli di prosa di moda sui grandi palcoscenici italiani trovano spazio anche in baracca, spesso riscritti inserendo, tra i protagonisti, la figura di Gioppino, basti citare Ginevra degli Almieri e Il Fornaretto di Venezia dal repertorio di Benedetto Ravasio”, spiega Chiara Bettinelli. Tra i copioni esposti, uno del burattinaio Pietro Spreafico sulla Passione di Sant’Alessandro.

Garibaldi & Mazzini
Dalla metà dell’Ottocento anche le vicende patrie e le storie di cronaca locale sono fonte d’ispirazione: guerre d’indipendenza, episodi risorgimentali, ma anche campagne d’Africa e fascismo fanno da sfondo alle avventure di Gioppino e dei suoi compagni (“Il Gran Talismano sulle coste d’Africa” o “La rivoluzione di Palermo”, dal repertorio di Irmo Milesi). In mostra troviamo gioppini in camicia rossa e anche due bei burattini raffiguranti l’Eroe dei due mondi e Giuseppe Mazzini.

Cronaca vera
Non è che il gusto della cronaca nera sia una peculiarità attuale, dei plastici di Porta a Porta e delle testimonianze scioccanti in prime time. La tradizione orale popolare fa sì che in baracca si siano sempre raccontate le storie dei briganti o i cruenti episodi di cronaca, non solo bergamasca. Oltre al ben noto Pacì Paciana, ricordiamo Giuseppe Mastrilli, bandito di Terracina (dal repertorio di Irmo Milesi), Vincenzo Verseni strangolatore di donne e Zubrich capo brigante ovvero un tradimento in corte (dal repertorio di Domenico Rinaldi) e la vicenda di Simone Pianetti dal repertorio di Giovanni Fugini.

Il brutto che piace
Con i suoi tre gozzi, tutto si può dire di Gioppino tranne che sia bello. Ma è in buona compagnia, soprattutto se consideriamo le altre maschere regionali: il Sandrone modenese con la sua faccia bitorzoluta e senza denti, il Bargnocla parmigiano col vistoso bernoccolo in testa. E ancora, ovunque: bozzi, bernoccoli, verruche, nasi prominenti, espressioni grottesche. In generale, dei burattini esposti colpisce la grande espressività, enfatizzata dai segni dell’usura delle teste di legno, con arti scheggiati o orecchie consumate dalle troppe zuccate.

La famiglia gioppinoria
Sicuri di conoscere tutti i parenti del Gioppino? Al Museo è esposta tutta la famiglia gioppinoria, in molteplici esemplari realizzata da mani diverse. Il Gioppino è sposato con la Margì, da cui ha avuto un figlio, il Bortoli de Sanga (Sanga cioè Zanica, da dove proviene il Gioppino) detto anche Pissambraga. Gioppino è nato da Bortolo Söcalonga e Maria Scatoléra; il fratello si chiama Giacomì e i nonni sono Bernardo e Bernarda. Gioppino, in bergamasco Giopì, è la forma abbreviata del nome di battesimo Giuseppino. In esposizione anche gli attributi del Gioppino: il vestito di panno verde orlato di rosso, il cappello, il bastone, la polenta.

https://www.facebook.com/MuseodelBurattino/

(foto Dimitri Salvi)

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