La tempesta perfetta secondo Michela Murgia

Intervista all’autrice sarda domani a Costa Volpino per Oltreconfine Festival

Le cose che contano le abbiamo sempre fatte insieme, ma la letteratura continua a restituirci la trama di una massa umana scolorita da cui spiccano solo i singoli eroi”. Questo è il punto di partenza da cui Michela Murgia sviluppa il suo “Noi siamo tempesta” – libro che verrà presentato domani sera, 12 giugno, al Cinema Iride di Costa Volpino per Oltreconfine Festival.
Una raccolta di storie al plurale che dimostrano come insieme si possa costruire un cambiamento. Qualche esempio? L’esperienza di Wikipedia. La caduta del muro di Berlino. E i bambini della Meridian Elementary School, rasati a zero perché una compagna colpita da un tumore si sentisse meno diversa. Il volume si è aggiudicato il Premio Andersen (nello specifico quello speciale della giuria), prestigioso riconoscimento dedicato alla letteratura per ragazzi.

L’idea del libro – spiega Murgia – è nata da un momento di confronto tra amiche sul futuro dei figli e su quali strumenti potessimo dare a bambino e a una ragazzina per non fare gli stessi errori della nostra generazione cresciuta nell’individualismo, alimentando un tessuto sociale fragile e disgregato. Così mi sono trovata a riflettere su quanto le storie che ci hanno raccontato da bambini avessero influenzato il nostro modo di essere: ho pensato a quanto tutti questi eroi solitari mi avessero messo in testa l’idea di dover sempre affrontare tutto da sola e non quanto invece le cose si potessero fare insieme”.

(le copertine di ogni singola storia)

Ti pare che adesso facciamo scrivere la definizione della teoria dell’etere di Lorentz a un pinco pallino? E invece sì. Se la sa, che la scriva. Se è sbagliata, altri la correggeranno”. Noi siamo tempesta si apre con la storia di Wikipedia. Qual è la tua visione a riguardo in un’epoca di opposizioni tra “tuttologi” e “professoroni”?
Nel caso di Wikipedia si parla di due giovani che stanno progettando la condivisione della conoscenza e scegliere di farlo fare a persone genericamente qualificate è una decisione molto precisa, specchio di una determinata visione. Se invece ci riferiamo a contesti come un congresso medico in cui parlano degli scienziati, allora non tutte le opinioni sono esprimibili o validabili: anche nel caso del giornalismo, chi se ne occupa non può veicolare informazione come chiunque altro, ma dovrebbe avere competenze specifiche, come saper verificare le fonti. La crisi dell’informazione non è riferita a tutto ciò che passa in rete, ma al fatto che chi è chiamato a fare informazione non lo sta facendo in modo serio.

Spesso si parla di scollamento tra mondo della cultura e mondo reale, di distanze che si fanno sempre più grandi e di torri d’avorio. Quando questo accade che possibilità ci sono di ricucire un dialogo?
Il problema primario non è che la cultura fallisce, ma che il paese è ignorante. L’Italia ha una cultura bassissima: dopo di noi in Europa c’è solo il Portogallo. Raggiungere i gradi alti dello studio è una cosa ancora per pochi, c’è l’idea che studiare non serva, eppure i dati di Almalaurea dicono che chi lo fa ha più possibilità di trovare lavoro, anche e soprattutto quando ce n’è poco. Poter studiare è ancora una questione per privilegiati, che possono non lavorare fino a 24 o 25 anni. La classe politica nell’ultimo ventennio ha fatto passare l’idea che la cultura non fosse uno strumento di crescita sociale. Penso alla frase micidiale di Tremonti: “Con la cultura non si mangia”. Eppure ogni euro investito in cultura ne genera sette in termini di valore. Se la politica non ci crede e pensa che studiare non serva, abbiamo un problema e questo genera una frattura molto pericolosa.

Cosa intendi?
Far credere che chi parla non abbia competenza del reale poiché ha studiato è un gioco famigliare a tutti i fascismi. Mussolini diceva che Matteotti parlava di braccianti senza sapere cosa dicesse, perché era un figlio di papà che aveva potuto studiare grazie alle terre di famiglia. Il tentativo di delegittimare chi è in grado di organizzare un pensiero di dissenso è un passaggio verso l’autoritarismo. Solo nei paesi a rischio democratico i ministri minacciano gli scrittori e solo in questi un Ministro degli Interni può dire a uno scrittore che gli toglierà la scorta che deve proteggerlo dalla criminalità organizzata. In Germania il Ministro degli Interni non avrebbe di certo minacciato uno scrittore come Gunther Grass.

(le copertine di ogni singola storia)

Cosa comporta questo tipo di atteggiamento?
Gli autoritarismi hanno un problema con il dissenso e si riempiono la bocca di consenso. Qualunque leader dice “Ho con me il popolo”, Erdogan, Orban, Salvini. La questione non è quanto consenso hai, ma quale è la libertà del dissenso: il punto non è se hai ottanta persone a tuo favore, ma se il restante 20% è perseguitato e non può parlare.

“Avere o non avere la possibilità di generare una narrazione di sé è la condizione più politica che c’è. Gli unici vinti della storia sono quelli la cui storia non esiste” hai scritto in un tuo post su Facebook…
Le storie che ho scelto per questo libro hanno tutte una funzione politica, parlano di emarginazione nella diversità e nell’handicap, di discriminazioni di genere. Costruire una narrazione è fondamentale. Il Movimento 5 Stelle è un esempio narrativo potentissimo da quindici anni, un movimento nato dal basso attraverso quel forte ripetitore mediatico che è Beppe Grillo e in cui si è sviluppata una narrazione collettiva molto precisa – era chiarissimo cosa volevano i M5S e come ottenerlo – e tutto questo si è sviluppato attraverso spazi virtuali e reali che prima non c’erano, come i meet up.

Poi però cos’è accaduto?
Il problema è che se costruisci una trama, pensiamo a un libro giallo, sai che ci devono essere un mistero, un assassino, un complice, elementi quasi obbligatori. Così nella narrazione del M5S la forza è stata data da parole chiave come onestà o desiderio di ricambio. Poi nel momento in cui la narrazione si trasforma in fatto, la storia che è stata scritta va rispettata, altrimenti diventa propaganda: quando parli di onestà e in parlamento devi decidere se uno accusato di un reato vada processato e voti no, allora la narrazione crolla e diventa mistificazione. Le narrazioni dovrebbero produrre autenticità e offrire la traccia di una storia da seguire e di un qualcosa da realizzare.

Le narrazioni quando vengono condivise in un contesto pubblico incontrano il tema della libertà di espressione e della manifestazione del proprio pensiero. Si può davvero dire tutto?
Si può fino al punto stabilito dalla Costituzione. La Costituzione vieta discorsi di odio sui mezzi di informazione di massa. Se vuoi scrivere che le donne non devono avere pari diritti degli uomini è discriminazione, non opinione. Le opinioni che contribuiscono ad aumentare le differenze sono dei disgreganti della società, a maggior ragione se a parlare è una persona che ricopre una carica istituzionale. Cento persone che parlano nei bar sono cento opinioni, un membro di un’istituzione non si somma ad esse, quello che dice assume una potenza esponenziale: se lo fa lui, mille persone si sentiranno autorizzate a dire la stessa cosa. Bisognerebbe riconoscere che quello che si dice danneggia tutti, non solo i diretti interessati: in questo momento sono molto visibili i discorsi di odio sugli immigrati, ma in una caccia al fastidioso, al debole, alla persona percepita come diversa rispetto all’idea di normalità, in realtà tutti siamo in pericolo. Tutti siamo diversi rispetto a qualcun altro.

Noi siamo tempesta” si apre con la storia di Wikipedia e si chiude con quella di un gruppo di amici un po’ speciali, quelli del Circolo di Bloomsbury in Inghilterra di cui faceva parte anche la scrittrice Virginia Woolf. Da un noi fatto di obiettivi comuni, a un noi che è pura amicizia… qual è il messaggio ultimo che vuoi lasciare ai lettori?
Siamo tutti in grado di capire come le persone si mettano insieme per perseguire uno scopo: un gruppo di scienziati per una ricerca, un esercito per una vittoria. È molto più difficile invece immaginare che le persone vogliano stare insieme semplicemente per stare insieme, è la cosa più vicina alla cittadinanza. Il solo fatto di vivere nella stesa città ci rende partecipi di uno stesso destino, anche se molti destini non si incrociano mai. Eppure le persone insieme producono conseguenze anche se non hanno obiettivi.

Cosa intendi?
Se in un quartiere hai un problema da gestire, risolvendolo crei cambiamento sulla vita di tutti. Quelli che fino al giorno prima erano estranei diventano una comunità che può porre le condizioni del cambiamento facendo una scelta di speranza o una scelta di paura.

Cos’è che orienta verso l’una o l’altra?
Non tutti i gruppi sono gruppi in cui vorrei stare. Il passo tra la squadra e la squadraccia è molto breve, si tratta di metodo: se un gruppo si riunisce per uno scopo e vuole darsi un modo per raggiungerlo, entrambi possono essere sempre discussi in qualunque momento con la speranza di cambiare. Se chi fa parte di un gruppo non può influire in nessun modo però è probabile in realtà che la direzione sia in mano a un singolo e il gruppo sia un modo di organizzare il dissenso. Se questo dissenso è organizzato intorno alla paura le cose si fanno pericolose per tutti.

http://oltreconfinefestival.it/

(foto Michela Murgia di Alessandro Cani)

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