Tempo al tempo

Meridiane, macchine planetarie, orologi dello zodiaco: a Bergamo e provincia, cinque strumenti per vivere in un altro tempo

Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto.
Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora…
Albert Einstein

Quante volte durante la giornata controlliamo l’ora all’orologio o allo smartphone per verificare se siamo in anticipo o in ritardo, o esploriamo il calendario per fissare date e appuntamenti? Non c’è dubbio: abbiamo un rapporto nevrotico con il tempo. Ma si tratta di una “patologia” che non ha più di cent’anni e che sostanzialmente contagia il mondo occidentale, in cui il Tempo è diventato lo “spazio” in cui fare e produrre febbrilmente quanto più possibile, il più rapidamente possibile. A ben pensarci, però, la pretesa che questo nostro Tempo artificiale, meccanico e misurabile, sia univoco va in crisi quando si scontra con la percezione soggettiva – il tempo, si sa, corre veloce quando si è felici e sembra non passare mai quando si è tristi – ma anche con i ritmi della natura, quelli che un tempo scandivano stagioni, azioni, modelli di vita.
Proviamo per una volta a seguire un tempo diverso, quello dettato dalla posizione del Sole e della Luna, dall’ombra e dalle costellazioni dello Zodiaco? Ecco alcuni “strumenti” da non perdere per sintonizzarci con il Tempo della Natura, così raffinati da essere opere d’arte, e così ingegnosi da essere scientifici.

IN CITTA’ ALTA: ANTICO VS CONTEMPORANEO
In Città Alta va in scena una sfida di precisione tra ben tre meridiane risalenti a tre periodi diversi: la prima meridiana della città, realizzata nel 1798 sul pavimento sotto il loggiato del Palazzo della Ragione, in Piazza Vecchia, da quel grande scienziato che fu Giovanni Albrici. La seconda, tracciata nel 1942 sulle mura della casa torre che si affaccia su Piazza Angelini. La terza è quella “a coppa”, spesso scambiata per una scultura contemporanea, installata lungo il viale delle Mura, al baluardo di San Giovanni. Insieme ci offrono un vero e proprio inventario per leggere il tempo in modalità differenti. 

Sulla precisione assoluta dell’ombra che lo gnomone (l’asta metallica) proietta sulla scala metallica curva della meridiana delle Mura non ci sono dubbi. Segna l’ora legale, quella solare e la rosa dei venti.
Quella di Piazza Angelini, invece, è come fossero tre meridiane in una per leggere il tempo in tre ore diverse: l’ora greca o babilonese, che ci indica le ore trascorse dall’alba; l’ora italica, che indica quante ore sono trascorse dall’ultimo tramonto e quante ne mancano al prossimo; l’ora spagnola, che è la stessa che utilizziamo normalmente e che va da mezzanotte a mezzanotte.

Ma il vero rebus astronomico, per noi profani, è la meridiana disegnata sul pavimento dei portici del Palazzo della Ragione. A differenza delle prime due, in questa meridiana non è l’ombra che dobbiamo seguire, bensì il raggio luminoso che si infila nel foro praticato nello gnomone, quel disco in bronzo che scorgiamo in alto, sopra la volta della loggia. Si tratta di un piccolo sole fiammeggiante realizzato da Sandro Angelini, visto che l’originale, a solo un anno dal suo posizionamento, fu vandalizzato probabilmente dalla soldataglia.
A portare scompiglio nel “meccanismo” perfetto della meridiana fu tuttavia, nel 1819, l’abbattimento delle mura occidentali che in origine chiudevano il fianco occidentale del palazzo. Nel frattempo il passaggio di persone sopra la meridiana aveva attutito le incisioni e causato sconnessioni e rotture nelle lastre di marmo. Nel 1857 si provvede al restauro della meridiana e in questa occasione viene tracciata la “curva lemniscata” (l’inconfondibile segno a forma di otto allungato), furono aggiunti la lastra con la Rosa dei Venti, le coordinate di longitudine e latitudine, l’altezza sul livello del mare Adriatico (m. 360,85).

Gli astronomi ci assicurano che questa meridiana è in grado di segnare il mezzogiorno solare vero, quello medio locale, la data, l’ingresso del Sole nei segni zodiacali. Ma certamente, la missione di regolare l’orologio su questa meridiana richiede un po’ di conti e tanta pazienza. Se volete provarci, leggete la scheda più semplice che abbiamo rintracciato che ne illustra il funzionamento:

http://www.webalice.it/claudiusdubitatius/Quadruvium/Meridiana.htm

LA MACCHINA PLANETARIA
Anche questo marchingegno fu costruito, come la meridiana di Piazza Vecchia, da Giovanni Albrici (Vilminore in Val di Scalve 1743 – Bergamo 1816). L’affascinante Macchina planetaria custodita nel Gabinetto di Fisica del Liceo Sarpi è un grande modello copernicano del sistema solare, con i pianeti, la fascia dell’eclittica e il cielo stellato. Senza dubbio ideato non solo per l’impiego didattico, ma anche per suscitare “meraviglia”: la palla dorata del sole intorno alla quale ruotano i pianeti minori, Venere e Mercurio, materializzati in piccoli cristalli di rocca tagliati a forma di diamante; la Terra come un piccolo globo dalla pelle rivestita di continenti e la Luna che è una perla di fiume che gli gira intorno. E ancora: le piccole sfere di metallo di Marte, Saturno, Giove, con i loro satelliti-cristalli di rocca. Ed ad avvolgere i pianeti è il globo celeste, costituito da un’intelaiatura di fili d’ottone che tracciano meridiani e paralleli, ai quali sono fissate sagome di cartone, declinate nelle sfumature dell’azzurro, che raffigurano le costellazioni dello Zodiaco, punteggiate di stelle in piccoli cristalli oppure dipinte in oro.
Una curiosità: lo splendido globo fu acquistato nel 1784 dal Collegio Mariano – diventato dopo alterne vicende il liceo che nel 1865 viene intitolato a Paolo Sarpi – ma a suggerire che la macchina sia stata costruita tempo prima è il particolare che fra i pianeti manca Urano, scoperto nel 1781.

Una curiosità: lo splendido globo fu acquistato nel 1784 dal Collegio Mariano – diventato dopo alterne vicende il liceo che nel 1865 viene intitolato a Paolo Sarpi – ma a suggerire che la macchina sia stata costruita tempo prima è il particolare che fra i pianeti manca Urano, scoperto nel 1781.
Ma la vera magia del planetario sta nel fatto che pare immobile, ma in realtà si muove in ogni sua parte, ovviamente “al ritmo” per noi impercettibile del sistema solare. Per osservarla in movimento (accelerato) e saperne di più basta un click su www.museovirtualesarpi.it, che consente di esplorare virtualmente e conoscere il funzionamento della preziosa collezione di strumenti per la didattica della Fisica, costruiti tra la fine del ‘700 e i primi del ‘900 e conservati al Sarpi. Ecco il video dedicato alla macchina planetaria:

L’OROLOGIO PLANETARIO
SIDERA VIX ALII OSCURA RATIONE MOVERI: FANZAGUS MANIBUS, LUMINIBUSQUE PROBAT (“Alcuni a fatica credono che le stelle si muovano per oscura ragione: il Fanzago lo prova con le sue mani e il suo intelletto“).

Con queste parole il matematico Pietro Fanzago nel 1583 riassume gli intenti scientifici che lo hanno guidato nella progettazione di quell’orologio planetario che dalla sua antica Torre scandisce lo scorrere del tempo a Clusone. Un capolavoro rinascimentale di matematica, fisica, astronomia e, perché no, di armonia decorativa. Ma anche di meccanica, visto che ancora oggi funziona perfettamente grazie ai suoi meccanismi originali. Che cosa ci puoi leggere? Praticamente tutto: orientamento cardinale, minuti, ore, giorni, mesi, fasi lunari ed oroscopo, ore di luce e di buio.
Ai nostri avi probabilmente bastava un colpo d’occhio, ma a noi appare un vero e proprio enigma, con quel cerchio suddiviso in 24 parti invece di 12 e soprattutto con quelle lancette che girano in senso antiorario.
Se vuoi scoprire come leggere l’Orologio Fanzago, ecco un video molto didattico che ci guida passo passo a scoprire tutti i segreti:

E se volete avere l’opportunità di osservare l’orologio clusonese non solo dall’esterno ma anche nel meccanismo interno – caricato manualmente ogni 24 ore – potete partecipare alle visite guidate organizzate da Turismo Pro Clusone o Promoserio: www.turismoproclusone.it 
http://www.valseriana.eu

Un’anteprima dall’interno della torre:

LO SVEGLIARINO MONASTICO
Mattutino, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta: in convento il tempo era scandito prima di tutto dai momenti di preghiera. E proprio per informare i monaci sulle ore canoniche di preghiera nacque un orologio ad hoc – lo “svegliarino” o “svegliatore monastico”- che rappresenta uno dei primi orologi della storia, insieme a quelli pubblici destinati a campanili e torri civiche. È uno degli esemplari custoditi all’interno della preziosa raccolta di meccanismi di orologi da torre dal XVI al XX secolo esposti al Mat – Museo Arte Tempo di Clusone.
Pare che l’introduzione dello “svegliarino monastico” sia da far risalire al XIII sec., quando prese il posto degli svegliatori ad acqua in uso nei monasteri (prima di allora un frate aveva il compito di non dormire per svegliare tutti suonando la campana). In questi  luoghi, infatti, la vita comunitaria e religiosa imponeva di pregare in precisi momenti  della giornata e dunque rendeva necessario scandire in maniera regolare il tempo. 
Lo “svegliarino” possiede una sola lancetta ed è azionato dalla forza del peso a carica manuale. Inizialmente l’indice era fisso ed era il quadrante che ruotava di fronte alla lancetta indicante l’ora da leggere, ma in seguito il quadrante fu reso fisso e venne introdotta anche la lancetta dei minuti. In molti svegliarini monastici sono indicate tutte le 24 ore e sulla circonferenza esterna, in corrispondenza ad ognuna di esse, vi è un foro dove veniva inserito il ferretto che azionava la leva della suoneria all’ora prescelta.

ALL’ORA DEL TRAMONTO
Chi dice che il conto delle ore sia sempre iniziato dalla mezzanotte? Non è così a Martinengo, dove la quattrocentesca Torre dell’Oriolo esibisce due quadranti, uno con i numeri romani e l’altro con i numeri arabi. Per di più, c’è una sola lancetta. Sì, perché in una società contadina come quella martinenghese più che conoscere ora e minuti esatti era importante sapere quante ore di luce si avevano ancora a disposizione, tra l’alba e il tramonto. Di qui l’adozione dell’”Ora italica”, che divideva la giornata in 24 ore della stessa durata ma numerate non a partire dall’alba ma dal tramonto (quando le campane suonavano l’Ave Maria). 
L’incoveniente è che l’ora del crepuscolo varia al mutare delle stagioni e, di qualche minuto, anche di giorno in giorno. Per questo il sacrestano ogni due giorni provvedeva a regolare la lancetta, facendo riferimento all’orario segnalato in maniera più precisa da una delle meridiane del broletto. Con l’arrivo di Napoleone, i quadranti ad ora italica furono per la maggior parte cancellati o sostituiti con l’ora alla francese (quella che identifica con le ore 12 il mezzogiorno, ossia il momento della giornata in cui il Sole è alla sua massima altezza, e con il numero 24 la mezzanotte).
Ma a Martinengo i ritmi dell’antica ora italica sopravvivono, anche se la perizia del sacrestano è stata soppiantata da un sistema meccanizzato. Così, al calar del sole la campana della torre suona ancora per 16 secondi, per avvertire la popolazione di Martinengo che il buio sta avanzando.

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