Marco D’Agostin, danzare per nostalgia e risarcimento

Venerdì a Nembro per Danza Estate “First love”. Dal ricordo della vittoria di Stefania Belmondo a Salt Lake City

Di Marco D’Agostinvenerdì 17 maggio al Teatro Modernissimo di Nembro per Festival Danza Estate – colpisce prima di tutto l’agilità intellettuale. Capace di unire sport, ricordi della giovinezza, approccio poetico e agonismo inteso come sfida al proprio corpo e alla propria mente.

Proprio da queste suggestioni nasce “First Love”, rievocazione per voce e gesti di una mitologia dell’adolescenza, la 15km a tecnica libera delle Olimpiadi di Salt Lake City 2002 vinta da Stefania Belmondo. Quel primo amore per lo sci di fondo che era la sua personalissima visione della danza, poiché la danza, quella vera, per motivi famigliari e geografici non gli era concessa.
Lo sci verrà poi abbandonato in modo traumatico, ma sarà proprio la danza a riscattare quel tradimento. Punto di passaggio della sua crescita come persona.

“First Love”, in altre parole, racchiude in quarantacinque minuti la nostalgia e il risarcimento, esperienze comuni a molti. E motivo fra i tanti per non perdersi l’esibizione di una fra le figure più interessanti della nuova generazione di performer del teatro-danza, Premio UBU 2018 come miglior performer under 35.
All’entrata il pubblico riceverà una busta contenente “dei frammenti, come un kit di indizi per lo spettatore, in modo che abbia più informazioni su ciò vedrà e cominci a scaldarsi, a stimolare la sua emotività, che per me è la prima cosa fondamentale”. E dopo lo spettacolo, un incontro proprio con Stefania Belmondo moderato da Maurizio Panseri.

(foto Alice Brazzit)

Emotività, che nasce dalla nostalgia. Di cosa precisamente?
Nostalgia di cose che non ci saranno più come la giovinezza e la passione del primo amore. “First love” è un monumento a questo. Affinché vi si riconosca anche il pubblico, ciascuno con le proprie esperienze.

E risarcimento.
Risarcimento perché ho smesso in modo tranciante di fare sci di fondo. E ci sono voluti tanti anni per capire che quello era il mio primo amore. A cui ho fatto la mia richiesta di perdono perché dovevo crescere e fare pace con il mio passato.

In mezzo la folgorazione per Stefania Belmondo. Ti sei chiesto come mai?
Non ero uno sciatore di fondo forte. Ero magro e tutt’altro che potente. In quell’ambiente dello sci, sempre un po’ macista, non ero a mio agio e faticavo ad avere degli amici. Stefania Belmondo invece era una campionessa molto magra ma veloce e potente. Mi piaceva immedesimarmi in lei e mi interessava anche l’aspetto etico, le sue battaglie all’insegna della correttezza e contro il doping.

Belmondo come l’ha presa? È diventata anche la consulente scientifica dello spettacolo…
Sì, la sua tecnica libera è molto bella e mi ha spiegato alcuni dettagli. Quando ha saputo dello spettacolo e visto alcune prove, fino al debutto, era molto felice e molto confusa. Non viene dal mondo della danza e del teatro di ricerca, dunque non sapeva cosa aspettarsi. Insomma è stato una specie di choc. Mi fa piacere reincontrarla a Nembro perché dopo la prima non l’ho più rivista. Voglio chiederle se forse l’averla coinvolta in questo modo non è stato anche un po’ sottovalutare il suo punto di vista. Quello magari doloroso di un giorno felice che è ormai passato.

(Stefania Belmondo e Marco D’Agostin, foto Andrea Macchia)

Dal fondo alla danza. Cosa ci si porta dietro e cosa si abbandona?
Ci si porta dietro una foga competitiva che mi induce ad essere molto agonista quando danzo. Agonista nel senso di portare il corpo all’esaurimento dell’energia e delle forze. Non ho invece abbandonato niente, forse solo il desiderio di staccarsi dalla necessità di vincere. Mi sono però di nuovo innamorato della montagna.

La montagna che per te è stata un punto di rottura.
Quando sei piccolo e vuoi danzare ma al contrario ti obbligano a inforcare gli sci allora cominci a odiare la montagna.

First love” si basa sul tuo corpo ma pure sulla tua voce. Come hai lavorato su queste due scritture?
È stata una fusione a freddo. Il lavoro di ricerca sul testo da dire si è svolto separatamente da quello coreografico e poi è stato unito. Il testo è una mia versione molto fedele della telecronaca di allora di Franco Bragagna, unita a come mi sentivo io durante quella gara e cosa mi ricordavo di quelle parole. Ho riportato al presente ciò che era nel passato. Per la coreografia invece ho fatto tante sessioni di improvvisazione, incrociandole con ciò che mi ricordavo della tecnica dello sci di fondo. L’obiettivo era ottenere qualcosa di intenso ed emozionale. Vincendo la sfida con me stesso di coniugare corpo e voce originariamente diversi e separati.

Quanto alla metrica poi, essendo libera essa variava gentilmente a seconda dell’associazione o del mio piacere. Insofferente di disegni prestabiliti, prorompente da essi, si adattava ad un tempo strettamente psicologico musicale ed istintivo”. È una citazione da Amelia Rosselli inserita nella tua biografia. Mi viene da dire: libertà e disciplina.
La scrittura coreografica è molto distante dalla poesia. Ma mi piace molto ciò che dice Rosselli, l’idea di poter seguire l’intuito e poi renderlo forma attraverso la tecnica. Quindi sì libertà e disciplina, creatività e mestiere.

Sarebbe facile chiederti i riferimenti in ambito danza. Invece ti chiedo quelli extra-danza.
Ci sono sicuramente molti scrittori. Cormac McCarthy, Amelia Rosselli, Wisława Szymborska. Mi piace molto la capacità di alcuni di loro di manipolare la temporalità e anche io tento di farlo nei miei spettacoli.

Filosofi?
Sì, anche filosofi come Byung-chul Han, un pensatore che mi ha molto influenzato, soprattutto per lo spettacolo “Everything is ok”. Ma anche registi, artisti visivi. Di recente a Parigi ho visto una mostra di Ren Hang, un grande e giovane fotografo cinese che si è suicidato due anni fa e mi ha colpito profondamente.

Nella biografia dici anche che l’opera d’arte a cui sei più affezionato è “The Disintegration Loops I” di William Basinski…
È l’opera d’arte che mi ha più segnato fino ad oggi. C’è tutto quello che deve esserci. Un’idea semplice alla base, un po’ di casualità. E il deterioramento in diretta in di un nastro contenente una piccola parte di musica. Per me è un qualcosa che ha a che fare con l’apocalisse, la fine del mondo. È deflagrante, alla fine ti distrugge.

Il trailer di “First love” mi ha fatto pensare alla parola hauntology coniata da Derrida: l’unione di “haunting” e “ontology”, cioè “fantasma / ossessione” e “ontologia”, l’origine.
Non ho molta familiarità con questo concetto. Però “First love” è sicuramente un lavoro sui fantasmi, quelli dell’adolscenza, di quel pomeriggio di febbraio del 2002. Ci sono anche dei fantasmi che vengono evocati in scena, attraverso una voce che viene dal passato. Nel trailer ho usato delle vhs ormai consunte con la diretta di allora. Senza mai parlarne alla mia famiglia si sono creati dei ponti.

Per te, come per tanti, nostalgia del passato significa nostalgia per un futuro perduto e temibile?
Una volta una ragazza mi ha detto che gli artisti della nostra generazione fanno molti lavori nostalgici perché il passato è l’unica cosa che non ci possono togliere. Io ho paura del futuro, ma “Fist love” non è uno spettacolo con della paura dentro. C’è invece la nostalgia di un pomeriggio domenicale, come mi ha detto una volta una spettatrice. Quella nostalgia da domenica pomeriggio che potrebbe essere l’arrivo di un qualcosa di speciale in settimana. Ho paura del futuro ma qualcosa di speciale succederà.

https://www.festivaldanzaestate.it/

Questo sito utilizza cookies tecnici e di analisi statistica, propri e di terze parti. Per maggiori informazioni sui cookie, conoscere i cookie utilizzati dal sito ed eventualmente disabilitarli, consulta la nostra pagina . maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi