La devozione alla scrittura di Lucrezia Lerro

Corinna scrive, soffre, si strappa i capelli. Il romanzo “L’estate delle ragazze” il 25 aprile alla Fiera dei Librai

L’estate delle ragazze” (La Nave di Teseo) è il decimo romanzo di Lucrezia Lerro, scrittrice, poetessa e psicologa. Lo presenterà giovedì 25 aprile alla Fiera dei Librai (ore 17.30) insieme al regista italo-armeno Yervant Gianikian.
L’abbiamo raggiunta per farle qualche domanda su un’opera dai temi molteplici, tutti racchiusi in quel passaggio crudele che dall’adolescenza porta all’età adulta, qui rappresentato da Corinna. Ragazza del Sud trasferitasi per frequentare l’Università, di povere origini, nata con il crisma della scrittura, che sfoga la sua angoscia strappandosi i capelli. E trova un’occasione di ispirazione nell’incontro con tredici ragazze bellissime che per mantenersi si prostituiscono in un piccolo albergo di una Firenze incantevole.

Lerro s’incunea con la sua prosa densa nel rapporto fra soffrire e scrivere. Sondando il riparo dell’amore (a distanza, per Jacopo, scrittore ricco e benestante che alla protagonista paga gli studi). E fotografando l’implacabile eredità dell’infanzia. Mentre si sprofonda in una vita immobile, là dove Corinna ha toccato il fondo prima di risalire. Per costruirsi un’identità e farcela.

Ne “L’estate delle ragazze” la scrittura è una vocazione, una fede.
La scrittura è empirica. È un esercizio continuo di resistenza, di controllo della lingua, del suo fuoco. È visione del magma narrativo, è uno sguardo assiduo sull’invenzione di una storia. La scrittura è un mondo complesso, reale. L’universo della parola scritta richiede devozione.

Il nome della protagonista richiama ad Orazio e Madame De Staël.
L’ho scelto soprattutto per la musicalità del nome ‘Corinna’. E poi mi piace perché è raro.

Corinna scrive e quando lo fa la sua sofferenza svanisce. La scrittura salva o solamente lenisce?
È difficile rispondere, c’è un mistero che la parola scritta non rivela. La scrittura non salva, la buona letteratura ‘dice’ come si può riflettere con attenzione sulle questioni che ci riguardano da vicino.

Corinna soffre. Per la sua infanzia povera e difficile. Per il suo amore per Jacopo quando egli è lontano. E anche per lo spirito del nostro tempo, che ci vuole competitivi, efficienti e pare proprio non perdonare gli animi complessi, le sensibilità accentuate…
Un’infanzia infelice compromette di solito l’avvenire di chi la subisce. È fondamentale essere attenti e ascoltare chi ci chiede aiuto. Detesto la retorica del buonismo, credo nei fatti. Aiutare chi soffre significa diventare in qualche modo Atlante, caricarsi sulle spalle il peso dell’altro, della sua ferita. Corinna lo fa, porta il suo peso e quello di chi le sta intorno.

Ma si rifugia anche in Jacopo oppure dorme. Due reazioni ad una forte instabilità esistenziale. Soffre, ma alla fine ce la fa, si laurea e pubblica il suo libro. Possiamo considerare questa storia una sorte di paradigma (r)esistenziale?
Dormire e amare, la piccola morte di cui ogni notte facciamo esperienza, e lo slancio di esserci. Chissà, forse è come dice lei…

(con Yervant Gianikian ed Elisabetta Sgarbi)

I capelli. Asciugati dalle tredici prostitute incontrate da Corinna, che invece li strappa.
I capelli sono i pensieri, sono le trame da raccontare, da vivere. Ogni capello ha una struttura, è fatto da squame. Simboli, ramificazioni.

Quanto c’è di biografico nel romanzo e quanto invece è una fotografia della difficoltà sentimentale delle giovani generazioni?
L’autobiografia non mi interessa, mi dedico prima all’invenzione, e poi alla realtà che mi circonda. Quanto c’è di vero o di falso in un mio libro lo coglie un bravo lettore. Io sorveglio la pagina mentre scrivo, e il mondo che racconto.

Accanto a Corinna, Jacopo. Scrittore, ricco, benestante. Specchio di Corinna?
Jacopo è una figura positiva con le sue fragilità. Le mostra con amore come differenziarsi dalla povertà, e dal senso di inadeguatezza. Le fa capire che costruirsi un’identità non è semplice. La strada per la maturità è gigantesca.

Lei scrive anche poesia e nel romanzo c’è un lavoro sulla lingua molto significativo. Come dialogano in lei queste due forme espressive?
La poesia mi insegna quotidianamente che è necessario fare economia delle parole. Mi suggerisce di vegliare sul ritmo della lingua e sullo stile, e sui contenuti. È un laboratorio per la prosa indispensabile.

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