La Rappresentante di Lista è ciò che dovrebbe sempre essere una band

Energia, intelletto, cultura, agonismo artistico. Il 18 luglio a Rock sul Serio. Intervista doppia

Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi, ovvero La Rappresentante di Lista, sono il fiore all’occhiello della sedicesima edizione di Rock sul Serio (17-21 luglio, Villa di Serio, ingresso gratuito, ne abbiamo parlato qui). Il duo, ormai diventato una band, ha fatto della qualità della performance live, a metà fra musica e teatro, la propria cifra stilistica. Approderà sul palco bergamasco – con le canzoni del nuovo disco “Go Go Diva” – giovedì 18 luglio per la serata “Contro tutte le differenze!”, preceduto dalle energiche I’m not a blonde e circondati da un aftershow firmato Canta indie. Canta male.

Con La Rappresentante di Lista, abbiamo scambiato due chiacchiere durante le tappe del loro tour, scoprendo la ricchezza culturale e artistica contenuta nei loro bagagli. Sintomo di quel quid in più che li rende oggi una delle formazioni più interessanti del nostro Paese.

Quali sono le fonti di inspirazione a cui abbiamo attinto negli ultimi anni… – pensa Dario, prima di iniziare in un flusso continuo – la poesia di Pier Paolo Pasolini, il realismo magico di Alejandro Jodorowsky, il cinema di Xavier Dolan, i concerti di David Byrne, i drammi di Giacomo Puccini, il pop di Rosalia, la forza corale degli Arcade Fire, la carnalità di Emma Dante, la canzone di Antonio Di Martino, la potenza delle Iotatòla, la sensualità di Milan Kundera. Penso ad alcuni tra gli artisti che operano a Palermo nel campo delle arti visive come Francesco Albano, Igor Scalisi Palminteri, Francesco De Grandi. Potrei continuare ancora per molto, ma non voglio svelare tutto”.

Veronica gli fa eco: “Amo l’ultimo disco di Danger Mouse e Karen O “LUX PRIMA”. Ho pianto ascoltando ‘Meglio’ di Andrea Lazlo de Simone. Vado pazza per la scrittura di Antonio Di Martino e mi emozionano le canzoni di Giovanni Truppi. Prendo spunto dalla letteratura, da scrittrici come Agota Kristof e Rupi Kaur. Vorrei passare una giornata con David Byrne. Mi coinvolge l’analisi delle relazioni familiari di Massimo Recalcati e mi sconvolgono i film di Michael Haneke come ‘La pianista’, ‘Il nastro bianco’, ‘Amour’, ‘Funny Games’. Ma anche l’opera lirica, la tragedia greca, Gianni Rodari, la mia famiglia, il mal di pancia, la nostra vita e questa terra sono per me fonti di ispirazione.

Attori, performer, musicisti, esponenti dell’indie, intellettuali, giovani e maturi e potrei andare avanti ancora. I versi delle vostre canzoni sono frammenti di romanzi, i concerti concepiti come spettacoli teatrali, il live un momento rituale complesso e ricercato. Quale valore date alle definizioni?

Dario: In realtà credo molto nell’importanza di darsi dei confini. In teatro darsi dei confini equivale a tracciare davanti a sé dei binari sopra i quali è possibile procedere nella propria ricerca. È chiaro che in qualche modo sta poi a noi considerarci abbastanza liberi e abbastanza disponibili per attraversare quei confini o per deragliare dai binari qualora il viaggio vada avanti noiosamente. L’unica “definizione” che abbiamo sempre rifiutato è quella che riguarda il genere musicale. E naturalmente il genere musicale porta con sé una questione estetica e di lessico oltre che una presa di posizione musicale.

Veronica: Mi fa sempre ridere quando incontro qualcuno che si racconta in questo modo: “no, perché io sono una persona che quando…” oppure “io sono una persona molto onesta/leggera/senza sovrastrutture/timida” o ancora “no, ma io una cosa del genere non la perdonerei mai, non la saprei reggere, non potrei farlo mai, non potrei mai andare avanti dopo tutto questo… ecc ecc”. Definirsi è limitante e svilente a mio avviso. Possiamo realmente stupirci di noi stessi, delle reazioni che non avevamo previsto e della fantasia che questa novità porta all’idea che abbiamo di noi stessi. Sembra che appigliarci ai nostri confini ci restituisca sicurezza e ci tenga lontani dall’imprevisto, dal cosiddetto errore, ma è lì che a mio avviso risiede la verità, la vita. Così nella musica non amo le definizioni di genere e le strutture preconfezionate. Questo non significa escludere totalmente alcune piccole regole, fondamentali per giocare bene.

Voi venite entrambi dal mondo del teatro che ha tutto un altro “giro”, è un mondo diverso rispetto a quello della musica. È un mondo percepito come più snob, similmente a quello dell’arte. La musica permette più facilmente di portare la propria ricerca artistica a un pubblico ampio?

D: Credo che il teatro soffra innanzitutto di un problema culturale moto specifico. Sembrerà banale, ma se sin da piccoli abbiamo la possibilità di accedere facilmente alla musica che vogliamo, il primo approccio col teatro è invece spesso mediato dalla scuola. Quello che succede è che giovani spettatori assistano a vecchi spettacoli polverosi che poco hanno a che fare con il teatro.

V: Il teatro per nostra fortuna si è trasformato nel tempo grandiosamente anche nelle modalità di fruizione e se prese da un’altra prospettiva, queste regole del gioco teatrale, potrebbero riuscire a portare lo spettatore in un mondo parallelo per qualche ora. Ho fatto a teatro le più grasse risate e i più copiosi pianti, me ne sono andata, ho dormito, ho gioito insieme a degli sconosciuti che potevo guardare in faccia senza vedere il loro volto illuminato dallo schermo del telefono, con la sicurezza che quella fosse condivisione.

Ai concerti invece?
V: Ai concerti si sta in piedi quasi sempre, si grida, si canta, si balla e i musicisti non interpretano un personaggio (nella maggior parte dei casi). Credo semplicemente che siano due arti molto affini, ma diverse e non si può pensare di partecipare a una di esse e ritrovare le medesime sensazioni che si vivono con l’altra. Una sola di queste arti non può soddisfare tutti i nostri desideri. Non si può pretendere tutto. Bisognerebbe imparare a conoscere entrambe. Bisognerebbe dare al teatro una possibilità!

“Go go diva” è il terzo album del duo che, proprio con il tour connesso a questo disco, è cresciuta accogliendo nella formazione Marta Cannuscio (batteria e cori), Enrico Lupi (tromba, piano e synth) e Erika Lucchesi (sax, chitarra e cori). Il titolo del progetto è un omaggio a Lady Godiva, nobildonna anglosassone, moglie del conte di Coventry che, secondo la leggenda, cavalcò nuda per le vie della contea per ottenere la soppressione di un ulteriore tributo imposto da suo marito ai propri sudditi. Un modo per sottolineare ancora di più l’urgenza espressiva che lo ha fatto nascere. Un racconto che parte delle viscere, da un corpo, nudo o vestito non importa, che attraversa stati d’animo differenti.

Qual è la vostra canzone preferita in “Go Go Diva”?

D: Di “Go Go Diva” amo ogni canzone in modo diverso. Non ho una canzone preferita, ma sicuramente “Maledetta Tenerezza” è quella a cui sono più affezionato. La scrittura è stata molto complessa e sono stati molti i tentativi che ci hanno permesso alla fine di arrivare a quella che è nel disco. Quando finalmente abbiamo capito di cosa parlasse, cos’era questa maledetta tenerezza che stava lì (e continua) a spezzarci le ossa, è stata una vera rivelazione.

V: Amo profondamente tutte le canzoni, è difficile scegliere, ognuna di esse mi regala un’emozione diversa insostituibile, soprattutto live. Dal disco, non mi stanco mai di ascoltare “Giovane femmina” perché la capisco, perché l’arrangiamento mi scioglie!

C’è invece un brano che vi assilla?

D: Ci sono tante canzoni che abbiamo scritto e che oggi non scriverei nuovamente. Ma la canzone che mi assilla è sicuramente “Siamo ospiti”. La ritengo una scrittura molto a fuoco e ogni volta che ci apprestiamo a scriverne una nuova temo sempre il confronto.

V: Alle volte mi danno l’anima perché alcune canzoni non siamo riusciti a realizzarle esattamente come le avevamo in testa. Dentro di loro c’è un piccolo enigma che non siamo riusciti a risolvere.

Fate un salto nel futuro, dove può portarvi concretamente il progetto LRdL? Avete paura?

D: Ho paura? Sì. Penso a una parola unheimlich. La bellezza spaventosa della vita. In questo ultimo periodo, più che in altri momenti della mia vita visualizzo la difficoltà di conciliare il futuro a cui sto puntando come artista a quello che posso immaginare come uomo. Penso sia normale, visti i rapidi sviluppi che LRdL sta producendo come progettualità. Concretamente la band deve fare solo una cosa: essere contenitore di desideri e sono sicuro che continuerà a farlo come ha sempre fatto.

V: Forse un po’ mi fa tremare il pensiero del futuro, di quello che potrebbe succedere perché se è vero che il nostro lavoro si trasforma, si reinventa, avrà alti, avrà bassi, mi chiedo: “per stare dietro a tutto questo, io dove finisco, cosa succede a me Veronica?”. Il progetto LRdL spero possa farsi sempre più portavoce di un punto di vista possibile sulle vicende che accadono dietro l’angolo, così come nel mondo. Spero abbia lucidità, sguardo vivo e creativo, voglia di sovvertire le regole e capacità di scegliere liberamente senza ritrovarsi succube di logiche malsane e fintamente seducenti.

Il nome “La Rappresentante di Lista” non fa troppo “sinistra”? Avete riflettuto sull’ipotesi di esporvi socialmente e politicamente?

D: Penso che non sia corretto parlare di “esposizione” riguardo a un artista che affronta, discute, analizza temi politici e sociali. “Esporsi” mi fa subito pensare ai rischi, al disagio, ai pericoli. Un artista è necessariamente intriso di quei temi.

V: Io credo che scegliere di fare questo mestiere, fare arte, fare musica, scrivere dei testi, concepire un messaggio da far arrivare ad altri individui, equivalga a fare politica, a prendersi la responsabilità di quello che si dice e di come lo si dice. Chi pensa di fare arte senza questo presupposto, sta facendo intrattenimento.

https://www.facebook.com/larappresentantedilistaufficiale/

(foto Claudia Pajewski)

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