L’insostenibile leggerezza della morte

Qua e là sul territorio l’arte racconta la Morte che danza, si sposa, passeggia, manda a monte una serenata d’amore. Si prende gioco di tutti, è politicamente scorretta e non fa più così paura.

Umile e potente, povero e ricco, uomo e donna, giovane e anziano: Ognia omo more e questo mondo lassa. A novembre vi proponiamo un insolito itinerario tra le antiche “storie illustrate” – macabre certo, ma non prive di humour e talvolta decisamente irriverenti – che in città e sul territorio ci sorprendono, raccontando che la morte non è la “fine di tutto”, ma un momento per ricapitolare la vita e un rito di passaggio verso una vita migliore.

CITTÀ ALTA: Humour nero

Il ciclo macabro più sorprendente è quello realizzato dal pittore Vincenzo Bonomini tra il 1802 e il 1814 per la chiesa di Santa Grata inter Vites, in quella via Borgo Canale in cui era nato e abitava. La morte si cala negli elegantissimi panni della vita quotidiana per dichiararsi senza mezzi termini invincibile su tutto. Ci sono la “Coppia campagnola” (un anziano e una giovane donna, le età della vita), il “Tamburino della Guardia Nazionale” (la guerra), gli “Sposi borghesi a passeggio” vestiti alla moda, i “Due frati in preghiera”, il “Falegname in cammino” e il “Pittore che dipinge la Morte” (perché Bonomini non fa eccezione nemmeno per se stesso, per il suo fedele aiutante e per la sua consorte, tutti riuniti per assistere alla nascita del capolavoro). Ma la beffa di Bonomini è ancor più perfida. Pare proprio che per creare i suoi macabri protagonisti il pittore abbia ischeletrito alcuni abitanti reali di Borgo Canale. La tradizione orale narra che fossero così ben riconoscibili che alla prima esposizione pubblica dei dipinti in chiesa i fedeli abbandonarono la preghiera e scoppiarono in sonore risate.

CLUSONE:  “Non avire pagura a questo ballo venire…”

Il grande e spettacolare affresco, probabilmente dipinto da Jacopo Borlone nel 1484/85 circa sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone, è unico nel suo genere al mondo, perché riunisce tre racconti in uno: “L’incontro dei tre vivi e dei tre morti”, il “Trionfo della Morte” e la “Danza Macabra”.

In alto il Trionfo, con la nera signora coronata come una regina che si erge su un sepolcro dove giacciono i corpi del Papa e dell’Imperatore. Accanto a lei, due scheletri-aiutanti colpiscono a pioggia con arco e schioppetto, senza guardare in faccia a niente e a nessuno: cardinali, vescovi, principi, re che offrono invano alla morte le loro ricchezze.  Poco distante, in un ameno boschetto, anche tre cavalieri impegnati in una battuta di caccia vengono sorpresi dai dardi della morte, pronta a calare la sua falce anche sulle dame e i cavalieri che, del tutto ignari di ciò che li attende, oziano nel loro giardino di delizie. In basso, la Danza celebra la morte di tutti senza distinzioni: ogni uomo procede a braccetto col suo scheletro, al ritmo di in una danza della vita e della morte. E se con i potenti la morte è stata implacabile, qui scende in terra e danza con le persone più umili: la donna un po’ vanitosa con lo specchio, il viandante con il suo bastone, l’oste, lo studente, il lavoratore…

CASSIGLIO: Serenata macabra

 C’è un giovin signore, elegante e impettito, che ha reclutato due musicanti per dedicare una serenata alla sua innamorata la quale si affaccia, lusingata, alla finestra. Ma, ahimè, quanto sono effimere le vicende di questo mondo! Il giovane innamorato non sospetta che lo scheletro della morte, in agguato alle sue spalle, ha già scoccato il dardo che lo colpirà improvvisamente. Presto, dunque, anche il baldanzoso corteggiatore finirà legato alla stessa catena che, poco distante, già tiene stretti due vecchi che si avviano rassegnati verso il loro inevitabile destino. Incuranti di ciò che sta per accadere, un orso fa capolino dietro un cipresso, una scimmia si diletta a cogliere dei fiori, e un cane se ne va a zonzo. Potrebbe essere un canovaccio di teatro popolare e invece è la deliziosa “Serenata macabra” affrescata all’esterno di Casa Milesi, che si incontra proprio entrando a Cassiglio.

 Nella quattrocentesca Danza macabra rinvenuta sempre a Cassiglio, sulla parete a strada della chiesa di San Bartolomeo, gli scheletri ballano convulsi, compresi quelli femminili che agitano lunghe e bionde chiome. Orridi e comici allo stesso tempo, si muovono irridenti tra classi sociali e mestieri, e paiono divertirsi un mondo. Un po’ meno, i rassegnati “moribondi”, poveri e ricchi, viandanti e lavoratori, umili e potenti. Meno di tutti l’imperatore, cui uno scheletro beffardo con un guizzo strappa di mano il globo che è simbolo della sua potenza.

ALZANO LOMBARDO: Anche la Morte muore..

Nella prima e secpnda sacrestia, nella basilica di Alzano Lombardo, alla fine del Seicento si misura con il tema della morte la celebre dinastia di scultori e intagliatori della famiglia Fantoni di Rovetta. Da un lato l’angelo della morte scende in picchiata veloce sulla terra con le ali dorate e sfavillanti. L’imperatore e il capo della sinagoga sono già stati falciati, mentre il papa in ginocchio e a mani giunte attende il colpo fatale.  Poco distante, invece, è con sorpresa la morte ad avere la peggio, colpita con la croce da quattro angioletti e costretta a deporre la falce. Persino il demonio si ritrae per la sorpresa.

GANDINO: i quadri-scheletro

Nel corso del Settecento compaiono in alcune chiese vere e proprie scenografie macabre, allestite in occasione dell’ottavario di novembre o dellle funzioni per il suffragio dei defunti, negli ultimi tre giorni di carnevale. Nel Museo della Basilica di Gandino si conservano cinque pannelli del ciclo più antico (prima metà del 700), cinque scheletri ciascuno dei quali regge un cartiglio con le terzine delle preghiere per i defunti. Ma certamente più curiosi sono i 23 quadri-scheletro  eseguiti tra il 1758 e il 1771 dal pittore Giovanni Radici: 23 scheletri a grandezza naturale che indossano abiti e strumenti delle classi sociali dellepoca, dal vescovo con mitra e pastorale al condottiero con il suo elmo, dal mercante che esibisce le sue mercanzie alla donna che fila la lana.

Consiglio di lettura:

Ognia Omo More. Immagini macabre nella cultura bergamasca dal XV al XX secolo, catalogo della mostra organizzata dal Circolo Culturale Baradello di Clusone, 1998, a cura di Antonio Previtali, con un contributo di Franco Cardini.

Questo sito utilizza cookies tecnici e di analisi statistica, propri e di terze parti. Per maggiori informazioni sui cookie, conoscere i cookie utilizzati dal sito ed eventualmente disabilitarli, consulta la nostra pagina . maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi