I hate my village, ovvero non essere uguali a nessuno

Viterbini e soci domani sera a Bergamo con la loro visione musicale all’insegna di una libertà feconda e assoluta

Gli I hate my village arrivano all’Happening delle cooperative di Bergamo domani sera (ore 21, ingresso libero), forti della fama di super-gruppo che si portano dietro sin dal recente esordio. Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35 eAfterhours), un’autentica icona del rock alternativo italiano come Alberto Ferrari (voce e chitarra dei Verdena), Marco Fasolo (Jennifer Gentle) al basso nonché alla produzione – ma anche mente del progetto – e infine Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) sono i nomi coinvolti in questa operazione assolutamente libera, parecchio feconda e un po’ folle, che ha portato una ventata di ossigeno nel panorama underground italiano.

Quello con I hate my village è solo uno degli appuntamenti dell’Happening, che stasera vedrà sul palco i Jolly Roger nel loro rifacimento di The Wall dei Pink Floyd, mercoledì la danzatrice Simona Atzori, giovedì la reunion de La Famiglia Rossi, venerdì la Bandabardò, sabato il progetto bergamasco In Sea a favore della nave Mediterranea e domenica gli Ottocento con il loro tributo a De André.

“La vera chiave credo stia nelle nostre personalità – racconta Adriano – Ognuno di noi ha una personalità particolare, molto speciale e sensibile e messe insieme fanno sì che la nostra musica sia molto originale”. Personalità che si accompagna ad un’ingente dose di libertà: “Mi rendo conto di essere fortunato perché so di avere un gruppo non auto-referenziale che parla a tutti. Con questo progetto ci muoviamo in un ambiente sonoro di libertà totale. Ci si trova bene a suonare insieme e non ci sono confini di nessun tipo. Non è una band vera e propria, non c’è un genere musicale vero e proprio, c’è invece molto interplay e tanta cura degli aspetti emotivi”.

 

Ti sento completamente entusiasta, avete realizzato i vostri sogni musicali?
“Se da ragazzini avevamo dei maestri oggi ci ispiriamo a noi stessi, alle nostre esperienze. Con I hate my village non ci rifacciamo ad altri, non ci puoi paragonare a altre band o a un filone storico”.

 

Viterbini è un fiume in piena. Parliamo al telefono ma è facile immaginarselo incontenibile, mentre si agita sulla poltrona e cammina da una parte all’altra cercando di spiegare la vera alchimia che è riuscito a creare con i suoi compagni di avventura.
“Ogni prova che facciamo è importante e ci teniamo molto perché quando ci vediamo per suonare insieme ci responsabilizziamo. Riusciamo ad avere una certa cura nel fare musica, non troppo concitata a livello di volume, ma nervosa ed espressiva, a tratti anche romantica. Durante le prove il lavoro non è tecnico, ma di interpretazione, cercando ogni volta di trovare il giusto comfort, quell’alchimia fra noi che ci permette di tramettere un’esperienza emotiva. Dobbiamo avere con i brani una confidenza tale da suonare a occhi chiusi e donarci a chi ci viene ad ascoltare”.

Il progetto lo avete creato tu e Fabio Rondanini, poi avete pensato di chiamare Alberto Ferrari…
“Io lo adoro. Con la voce si parla di magia. Quando gli mandammo le tracce strumentali in cuor mio c’era la speranza dell’avverarsi di una visione. Quando le tracce sono tornate indietro è stato un momento particolare. Lui ha registrato tutto in un giorno, per essere in sintonia con noi. L’album lo avevamo registrato di getto in due o tre giorni e Alberto ha cercato di trovarsi nelle stesse condizioni, con la stessa urgenza e gli stessi limiti nel concentrare l’emozione e la forza in un momento unico e quello che senti nel disco è il frutto di quella giornata. Quello che fa è un’azione suggestiva, tutto va verso l’emozione. È un musicista speciale che cerca la nota giusta, il turbamento e l’eccitazione ed è la virtù che solo i grandi hanno”.

Il riferimento alla musica africana però è chiaro, tu e Fabio (Rondanini, ndr) lo avete dichiarato più volte.
“Sì il progetto nasce da quelle esperienze. Il primo contatto con quel mondo musicale per me è stato con Bombino e Rokia Traoré, ma io ero fan della musica africana già da una quindicina di anni. Lì ho trovato innovazioni nel suono della chitarra e spunti musicali dal futuro. Noi europei viviamo la musica in maniera più complicata, più per chi la suona che per chi l’ascolta tra l’altro. Gli africani al contrario fanno musica più semplice, senza una poetica particolare, ma fatta per ballare, per creare un’emozione condivisa, per renderla funzionale a celebrare sia momenti belli che brutti.”

A questo punto parlare di estero viene quasi naturale, chiunque abbia ascoltato le nove tracce dell’album eponimo che la band ha pubblicato a gennaio (e se non lo avete fatto ve lo consigliamo vivamente) si rende conto che il progetto I hate my village è fatto per andare ben oltre i confini delle Alpi.

“Ad agosto suoneremo allo Sziget in Ungheria. In effetti il progetto è stato molto apprezzato all’estero e mi sorprende che l’Italia fosse dalla nostra parte. Ma la cosa di cui sono orgoglioso è che stiamo facendo una cosa all’opposto rispetto a quello che va adesso e lo trovo artisticamente giusto, è una soddisfazione. Tutto questo è nato semplicemente perché lo dovevo fare. Non c’è stata premeditazione, non è stata una mossa studiata. Poi il fatto che si colloca in un momento storico in cui tanta musica italiana è sopravvalutata, certo mi rende consapevole che io Alberto, Fabio e Marco stiamo facendo sentire qualcosa di decisamente diverso da quello che va adesso”.

Chi un concerto dei quattro però lo ha già sentito, si sarà reso conto che forse il pubblico non è così pronto a essere alternativo. Il loro nomi, la loro esperienza e la loro carriera fanno sì che i live siano dei momenti in cui “non puoi mancare” se sei appassionato a un certo mondo. Ma i presenti indisciplinati che chiacchierano sopra gli assoli e questi tentativi quasi sciamani di rendere le note un mezzo per raggiungere mondi e visioni diverse non sembrano preoccupare Viterbini e la sua passione per un gruppo che ha fondato e del quale si dichiara il fan numero uno.

“Quando salgo sul palco apro gli occhi e sono felice perché c’è tanta gente che si vuole godere qualcosa di diverso. La musica non è un momento sacro, ma di leggerezza. Il silenzio del pubblico è una cosa che ti guadagni essendo bravo, romantico ed emozionante. Allo stesso modo se inciti le persone ottieni il casino. Ognuno si deve guadagnare il suo pubblico”.

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