Eugenio Bennato lungo le rotte dello Spirito del Sud

Il musicista folk e ricercatore giovedì 30 maggio sul palco dello Spirito del Pianeta a Chiuduno

Allo Spirito del Pianeta, Eugenio Bennato arriverà giovedì 30 maggio portando con sé l’anima del Sud del mondo, che vibra tra le corde di una chitarra battente campana ed è custodita dalla voce di Zena Chabane. Sarà la cantante mozambicana ad accompagnare il musicista folk napoletano sul palco del grande festival etnico di Chiuduno, insieme al grande artista arabo Mohammed Hamid Alaoui.

Quella dello Spirito del Pianeta è solo una delle numerose tappe di un Viaggio nella storia e nella musica del Sud, come recita il titolo del libro scritto da Eugenio Bennato. Un artista che è anche appassionato ricercatore, capace di raccontare attraverso la lente della musica, culture e tradizioni popolari d’Italia e del mondo. Dalla cattedra di Etnomusicologia dell’Università Federico II di Napoli dove ha insegnato, Eugenio ha portato la sua musica in tutto il Mediterraneo, per ritornare a al suo primo amore, quella città insofferente e vibrante, madre dell’amico Pino Daniele e di Pulcinella, maschera popolare simbolo del dubbio.

Un viaggio che l’ha condotto all’ingresso del Teatro Mohammed V di Rabat in Marocco, dove i custodi l’hanno salutato come uno di famiglia e dove ha portato sul palcoscenico quelle sonorità ritrovate nelle campagne attorno a Napoli. In quei luoghi è nato e ha cominciato a scavare per riportare alla luce le tradizioni musicali popolari.

Ho cominciato da giovane a muovermi per il mondo. Il primo è stato un viaggio fatto in casa – ricorda Eugenio – Con la Nuova Compagnia di Canto Popolare ci siamo avventurati appena fuori città, alla scoperta delle origini musicali della nostra terra…”.

Eravate un gruppo di musicisti ed etnomusicologi, studiosi delle tradizioni musicali dei diversi popoli e impegnati nel recupero della musica campana originale. Cosa cercavate quando avete cominciato quel progetto?
Avevamo delle idee ed eravamo mossi dalla forza della curiosità verso sonorità dimenticate. Cominciando a esplorare quel mondo abbiamo conosciuto delle cose bellissime, come il ritmo di una chitarra battente o il senso trasgressivo di una tammorra. Un viaggio come quello che abbiamo fatto ha portato alla luce qualcosa di molto vicino a noi, eppure sconosciuto. L’esperienza di Taranta Power poi è stata l’evoluzione di questo percorso, un movimento che ha portato decine di migliaia di persone in piazza, attirate da una musica che era, è e sempre sarà di tutti. Un esito inaspettato di un viaggio cominciato per pura passione.

Ritorna ancora il tema del viaggio…
Il viaggio è un’esperienza fondamentale. Da sempre. Tutti i miti greci e latini parlano dell’importanza di allontanarsi per conoscere e aprirsi al dubbio che le cose possano essere diverse da quello che pensiamo. Il dubbio è quella cosa capace di tenerci lontani da ogni integralismo. Napoli in questo senso è come la sua maschera popolare, Pulcinella, il cui corpo stesso è a forma di punto interrogativo. Alla base della sua filosofia c’è il porsi domande: “Ma questo è vero o non è vero?”. Un atteggiamento in aperta opposizione alla rigidità di pensiero, che lascia spazio solo alle affermazioni. In questo senso la comunicazione globalizzata e veloce avvicina tutti, ma ci fa correre il rischio di perdere la nostra identità o di appiattirla e creare luoghi comuni.

Come ti rapporti a questo rischio?
Il mio percorso va in direzione opposta, vuole mettere in risalto l’identità. Un’identità che comincia dalla ninnananna che a ognuno di noi veniva cantata da piccoli o dal dialetto che sentiva parlare. È importante che queste cose non si perdano. Ma attenzione, recupero dell’identità significa non privare nessun altro di questa grande ricchezza.

Cosa si può fare in questa direzione e cosa può la musica secondo te, anche alla luce della tua esperienza personale di recupero delle radici sonore dei popoli?
Perché l’identità sia conservata senza prevaricazioni dobbiamo lavorare sul dialogo. Quando a fine anni Novanta ho cominciato a parlare di Mediterraneo, come luogo di incontro di culture e sonorità, lo facevo seguendo un filo misterioso, che mi portava verso ritmi e persone sconosciuti. Quei migranti di cui si parla tanto li ho scoperti attraverso la musica. Il confronto arricchisce e apre a nuovi percorsi e suonando ciò è ancora più evidente. L’arte ha questa funzione splendida di portare alla luce il bello. Quando parlo di identità parlo di questo, di conoscenza della propria e delle altre identità, non mi esprimo in termini tradizionalisti e integralisti.

Quest’inverno il tuo lavoro sull’identità dei popoli attraverso la musica ti ha portato a essere invitato al Parlamento Europeo a Bruxelles, in occasione della Giornata per i Diritti Umani…
Il mio lavoro non è stato guidato da scelte ideologiche o politiche. Mi sono circondato di musicisti magrebini con le loro voci grezze ed estremamente comunicative, perché trovavo affinità tra noi. Da tempo giriamo il mondo e il Mediterraneo insieme con questa musica e arrivare al Parlamento Europeo è stato un passo in più, un’evoluzione di un percorso, una tappa importante di un viaggio. È stato emozionante incontrare ragazzi giovani e così motivati sulla questione dei diritti umani. Sono orgoglioso che l’Italia abbia questa rappresentanza forte nel mondo.

Anni fa hai scritto una canzone che tocca in modo particolare questi temi, “Che il Mediterraneo sia”. Un brano diventato molto famoso e il cui testo oggi assume una forte attualità: “Andare, andare, simme tutt’eguale / affacciati alle sponde dello stesso mare / e nisciuno è pirata e nisciuno è emigrante / simme tutte naviganti…
Penso di potermi dire molto critico come persona davanti a certe cose, ma devo riconoscere che, nel mistero che ci porta a creare una cosa, esistono dei meccanismi un po’ profetici. Questo brano ne è la prova. Scrissi questa canzone nel 1999 e oggi quelle parole risuonano con un’urgenza che mai avrei immaginato. La tensione artistica spesso – che si tratti di un libro, di musica o altre forme d’arte – riesce a cogliere in anticipo i tempi.

Hai sempre viaggiato in tutto il Mediterraneo, dal Marocco, all’Algeria, alla Tunisia, all’Egitto. Cosa si vede dall’altro lato del mare, oltre a quello che arriva nei telegiornali?
Diciamo che andare “dall’altro lato del mare” ormai è come sentirmi a casa. Sono stato in Marocco, a Rabat al Teatro Mohammed V e i custodi mi sono venuti incontro abbracciandomi. Era la terza o quarta volta che mi esibivo lì ed è stato bellissimo ricevere questo calore. Vivere dall’interno un luogo, con le persone che lo abitano, permette di scardinare tutti quei pregiudizi che si formano a causa della non comunicazione. Ho potuto vedere cose meravigliose nascere dall’incontro tra le culture.

Ad esempio?
Non lo diresti mai, ma in Marocco esistono scuole di Taranta che si sono sviluppate fondendo Taranta e Gnawa (musica spiritual di origine Afro-Islamica, ndr). A Napoli invece stiamo per organizzare un grande evento che unirà musica del Sud e del Magreb, un segno di grande integrazione. Suonando in Africa, da Algeri a Il Cairo, è immediato notare quando questi paesi siano rappresentati in modo parziale e come l’Europa stessa qui sia percepita in modo molto diverso da come la raccontano i telegiornali…

Cosa si dice dell’Europa?
Anche a “Sud” del Mediterraneo le notizie spesso sono parziali, è frequente che arrivino solo immagini eclatanti, che sono sì vere, ma non scordiamoci che rappresentano sempre una parte, non il tutto. Inoltre il problema dei nuovi migranti non è certo nuovo, il Mediterraneo lo vive da sempre, la storia ne è testimone. Scegliere di alzare i muri non è solo un modo disumano di risolvere le cose, ma anche il meno utile. Guardiamo il lato positivo di questi flussi: la crescita, avvenuta sempre attraverso scambi e confronti, anche burrascosi certo, ma non dimentichiamo però che proprio da lì nasce il nuovo. Quando gli africani furono portati come schiavi negli Stati Uniti, il loro riscatto ebbe più nomi: rock, blues, spiritual e gospel. Lo schiavo africano liberato ha cambiato il volto artistico non solo di un continente, ma del mondo intero.

L’intreccio tra musica e storia è un aspetto fondamentale del tuo percorso, che dal palco si estende anche alla ricerca. Eugenio Bennato lontano dai tour di che cosa si occupa di preciso?
In realtà di tante cose. Se penso a Napoli, parallelamente alla scoperta di una musica sommersa, nel Sud ho anche incontrato una storia sommersa, quella dei perdenti che non viene mai raccontata. Nel tempo si è creato un complesso di inferiorità tipico del Meridionale: siamo meno efficienti, anzi è bene che stiamo zitti e seguiamo le regole che ci impongono. In realtà abbiamo qualcosa da dire anche noi. Molti sociologi e filosofi in questo senso hanno parlato di un recupero di un’identità del Sud, che ha un grandissimo potere: dire delle cose nuove, poiché negli ultimi decenni non le ha mai dette e sapete perché? L’identità del Sud non ha mai avuto lo spazio per farlo.

Che caratteristiche ha quest’identità del “Sud” e cosa può dire al “resto del mondo”?
Nelle pagine del suo libro “Il pensiero meridiano” lo spiega molto bene il professore di sociologia Franco Cassano, che parla dell’emarginazione di tanti Sud del mondo e della loro grande potenzialità anche per i Nord e l’intero Occidente. Per lui i Sud possono essere propositivi e profondamente arricchenti in termini di valori. Parlo di amicizia, di rapporto personale, del senso del dono e anche della riscoperta della lentezza. Davanti alla concitata vita contemporanea e alla velocità delle comunicazioni, il Sud con i suoi panorami, i suoi ritmi, le sue sonorità e i suoi racconti può suggerirci tanto, tantissimo.

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