La poesia della natura selvaggia, tra Dante e Zanna Bianca

Davide Sapienza presenta il suo libro “Il Geopoeta” a Sovere il 9 agosto per Voci a Palazzo. Intervista.

Non puoi aspettare che arrivi l’ispirazione, devi andarne in cerca con un bastone” scriveva Jack London, il papà di “Zanna Bianca” e de “Il richiamo della foresta”. Un consiglio che il suo traduttore italiano, Davide Sapienza, da tempo mette in pratica lasciando il computer spento e immergendosi nella natura. Il risultato è “Il Geopoeta”: un taccuino di viaggio che raccoglie incontri, cammini e suggestioni emerse dalla fascinazione per luoghi esplorati dall’autore in tutto il mondo e riferimenti a grandi autori come Emerson, Thoreau e Rigoni Stern.

Un libro che Sapienza presenterà venerdì 9 agosto alle 20.45 a Palazzo Longhini a Sovere in dialogo con la scrittrice Elena Maffioletti, nell’ambito della serata conclusiva della prima edizione di Voci a Palazzo, una serie di incontri letterari nelle dimore storiche della cittadina. A questa seguirà una seconda presentazione a Villa Rachele a Bratto il 17 agosto, in occasione del festival Incontri d’Estate di Castione della Presolana, dove è attesa anche la psicologa Ivana Castoldi il 10 agosto.

La mappa che Davide Sapienza ha tracciato negli anni è caratterizzata da lunghe esplorazioni nel giornalismo musicale, tra radio, riviste e monografie dedicate a grandi come U2, Kurt Cobain dei Nirvana e Frank Zappa. Si snoda lungo i sentieri della traduzione della letteratura americana, tra Jack London e Barry Lopez, per aprirsi poi a romanzi e reportage di viaggio scritti da tutto il mondo, fino a incrociare la poesia.
Non si tratta però di poesia in senso stretto, fatta di versi e rime baciate, ma di geopoesia, termine introdotto alla fine degli anni Settanta dall’autore inglese Kenneth White, per cui la geografia e la percezione dello spazio si intrecciano con un’idea di poesia attiva e viva, che nasce tra boschi e foreste, lontano da studi solitari tra quattro mura.

Dopo anni di concerti e tour, il tuo cammino incrocia White e arriva la geopoesia, a cui hai dedicato il titolo del tuo libro “Il Geopoeta”. Il primo capitolo si apre con una dichiarazione “La geografia è poetica”. Cosa intendi?
Può sembrare un accostamento un po’ particolare, ma se ci pensiamo bene funziona così per tutti noi: la prima intuizione che abbiamo quando arriviamo in un luogo è una percezione, non c’è nulla di razionale all’inizio, solo un dialogo autentico e silenzioso tra l’uomo e l’ambiente in cui è immerso. Osservando ciò che ci circonda notiamo un albero o una roccia passati sempre inosservati nonostante quella strada l’abbiamo fatta seimila volte. Funziona nella natura, dove siamo più presenti, ma anche in una città.

La tua passione per l’outdoor e gli spazi aperti ha cambiato anche il tuo modo di presentare i tuoi lavori: spesso oggi preferisci boschi a sale conferenze…
Quindici anni fa i libri si presentavano in libreria o nei festival. Camminando un libro diventa più tridimensionale e cambiano anche le relazioni con le persone che partecipano. Quando ho cominciato a proporre dei cammini letterari, molti mi prendevano in giro. Oggi questa pratica è sempre più diffusa, sia in città, sia nella natura. Il rapporto tra luoghi e letteratura poi per me si è sempre più stretto, fino ad arrivare al primo “Sentiero d’autore”, che partiva proprio da Sovere, dove tornerò a breve. Le tracce che lasciamo come Pollicino sono la nostra verità.

Nel 2018, il Sistema Bibliotecario Valle Seriana ti ha invitato a sviluppare insieme ad Alpes una rassegna di cammini geopoetici per costruire una mappa del territorio in cammino in dieci comuni, primo caso di questo genere in Italia…
Amo l’Italia dei luoghi piccoli, che hanno una loro storia. Il nostro è un paese di provincia. Diversamente dalle regioni, le province non dovrebbero essere abolite, perché conservano un grande senso di appartenenza e sono nate dall’idea di definire distanze percorribili in massimo uno o due giorni a cavallo. Se penso a quando viaggio e incontro un marchigiano lui mi dirà che è di Fermo e io dirò che sono di Bergamo. Allora sentirò vibrare qualcosa dentro che non sento quando parlo della Lombardia.

Eppure sei originario di Monza a pochi passi da Milano…
Con quella città ho un legame, ma non ho mai avuto un senso di appartenenza. È con Songavazzo, dove vivo oggi e dove trascorrevo due mesi d’estate da ragazzino, che invece sento quella connessione. Dieci anni fa, quando il sistema culturale della Valle Camonica ha cominciato a svilupparsi, ho conosciuto Stefano Malosso, promotore di “Voci a Palazzo”. Lui come molti altri a un certo punto ha lasciato la valle, ma ha continuato a lavorare molto sul senso di appartenenza alla montagna. Forse questi giovani non avrebbero potuto avere le stesse possibilità se fossero rimasti in valle…

…malgrado ciò poi sono tornati.
Sì. Hanno saputo trarre il meglio da entrambe le situazioni, sono andati in città per rientrare con stimoli ed esperienze nuove. Milano è l’unico luogo europeo che abbiamo in Italia, che piaccia o meno. Per lungo tempo ho avuto un grosso rifiuto di questa città, poi ho cominciato a camminarla per scriverla. Conoscendola così ho cominciato a percepire il cambiamento di prospettiva. Credo sia importante capire che un luogo non è buono o cattivo, ma costituisce un’occasione di esporsi a una maggiore diversità.

Allontanarsi dalla città significa anche accorciare le distanze con la natura. Una natura protagonista dei libri di Jack London, di cui sei traduttore, e dei lunghi viaggi oltreoceano raccontati nei tuoi reportage.
Quello che emerge nei libri di London, ma anche dal viaggiare tra Stati Uniti e Canada è un senso di una natura completamente libera dall’intervento dell’uomo, cosa che in Italia è un po’ difficile da concepire. Storicamente gli Stati Uniti si formano in un’epoca che da subito si trova a fare i conti con la Rivoluzione Industriale: le sue possibili ripercussioni negative sul territorio sono una realtà sotto gli occhi di tutti. Negli States nasce così il Wilderness Act, un complesso di norme di tutela ambientale per preservare alcune zone per le future generazioni, in seguito a cui si istituisce lo Yosemite, il primo parco nazionale al mondo.

E in questo ambito l’Italia come si è mossa in passato?
Anche noi abbiamo parchi nazionali molto antichi, come quello dell’Abruzzo o dello Stelvio. Inoltre la storia ci parla di alcune persone illuminate, come il Duca degli Abruzzi, un grandissimo esploratore. In generale però culturalmente in noi italiani pare esserci un desiderio di addomesticamento maggiore degli americani. Forse chi ha raggiunto gli States lasciando l’Europa, in fuga dalle persecuzioni religiose, ha conservato un istinto più selvatico a non adattarsi e a non conformarsi.

Dai tuoi viaggi tra Italia e States e dalla tua attività letteraria è nato un saggio che hai presentato all’American Literature Association: “Who killed the Italian wilderness?” (Chi ha ucciso la natura selvaggia italiana?). Chi è il colpevole?
A livello concreto i responsabili siamo noi ogni giorno. A livello letterario però ho avanzato un’ipotesi molto provocatoria in quel testo: Dante e la sua idea di natura come giardino, che è poi quella biblica, ci trasmette l’idea che tutto debba essere messo a frutto e dominato dall’uomo, ma non è così. Recuperiamo la parola selvatico in senso positivo, lasciamo che alcune zone restino abbandonate e tornino incontaminate. Non siamo il centro del mondo, abbiamo enormi responsabilità nei confronti dell’ambiente, pensiamo solo al riscaldamento globale. Quello stesso ambiente che mettiamo a rischio siamo noi, in quanto sua piccolissima parte.

Tra le grandi zone selvagge in cui hai viaggiato in questi anni ce n’è una a cui sei particolarmente legato e perché?
Ultimamente sono tornato più volte nell’Artico, a Bodo in Norvegia, la base di partenza per raggiungere le isole Lofoten, dove viene organizzato un piccolo festival letterario: sto lavorando con l’amministrazione di questa cittadina alla candidatura come Capitale europea della cultura 2024. Qui è stata realizzata la Biblioteca Stormen, chiamata così in onore della tempesta che entra dal golfo. La scelta di quel nome mi ha fatto pensare. La natura non si può addomesticare, né si deve, bisogna imparare a conviverci e riconoscerne la potenza, senza stravolgerla. Noi la natura la diamo troppo per scontata.

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