Dave Douglas: “Hey, ma questo non è jazz!”

Bergamo Jazz secondo il trombettista USA, da quattro anni direttore artistico del Festival

Wolfy e Ulisse a Monte Adone nell'inverno 2017 (foto di Elisa Berti)

Dave Douglas è il direttore artistico del Bergamo Jazz Festival da ormai quattro anni e da quattro anni, prima di salire sul palco del festival parla con i tecnici delle luci. “Odio le luci in faccia. Non mi fanno vedere le persone“. Non solo a Bergamo, ma in ogni teatro o locale del mondo in cui suona, la richiesta è sempre quella. “Per favore, non voglio sentirmi come Édith Piaf nel 1947. Luci in faccia e rose lanciate sul palco. Voglio sentirmi parte di una comunità. Vorrei riuscire a vedere le persone in sala, almeno le prime file”.

Non ama fare la star il trombettista americano. All’attivo oltre cinquanta uscite come leader, centinaia di lavori pubblicati, una miriade di collaborazioni, due nomination ai Grammy Awards, il New Trumpet Music Festival di cui è co-fondatore e la sua Green Leaf. Un’avventura nata quattordici anni fa con l’idea di “ampliare il senso di dove sta andando la musica”, un’etichetta indipendente fondata dopo anni di brillanti uscite per un colosso discografico come la RCA Bluebird.

Dave Douglas è il re schivo del jazz indipendente, un modello di grinta do-it-yourself, iniziativa e libertà artistica”. Così lo ha definito Frank Alkyer, editore di DownBeat, la bibbia mondiale del jazz. La stessa rivista che ha descritto Bergamo Jazz “il festival italiano che porta sul palco talenti di scala globale”. Quei talenti è proprio Dave a sceglierli in qualità di direttore artistico. Sarà lui a fare gli onori di casa a Bergamo dal 17 al 24 marzo, traghettandoci in un viaggio sonoro tra gli USA, l’Europa e l’Africa, durante un lungo e intenso fine settimana all’insegna del jazz tra Teatro Sociale, Creberg e oltre i sipari, tra le pieghe della città in ascolto.

Wolfy e Ulisse a Monte Adone nell'inverno 2017 (foto di Elisa Berti)

(foto di Gianfranco Rota)

Dal palco, al dietro le quinte. Quale è l’aspetto che più ti appassiona della direzione artistica?
Le persone. Sempre le persone. Ci sono tutti questi artisti, uno accanto all’altro e il pubblico può scoprire quanti modi diversi ci siano di fare jazz, come le persone la reinterpretino in diversi parti del mondo. Immaginare un festival e creare un cartellone con i vari concerti è come lavorare su una composizione, guidati dalla gioia di scoprire, senza preoccuparsi troppo di definire i confini. Per me non conta dove il jazz comincia e dove finisce, è tutta musica, bisogna esporsi al mistero…

Cosa intendi per mistero?
Nella grande musica, come nell’arte, questo c’è sempre. Il non conosciuto. Arrivare in una sala e non sapere esattamente come e cosa la musica ti farà sentire è splendido. Magari non capirai tutto, ma è un non capire che non riguarda l’educazione, le nozioni, e quel non capire porta all’entusiasmo della scoperta. È avvicinarsi a qualcosa che non si coglie mai fino in fondo, resta sempre qualcosa che sfugge.

Anche uno dei tuo dischi parlava di mistero (“Meaning and mystery” del 2006)…
… è fondamentale! Suono da anni e ogni giorno c’è qualcosa che scopro e ho il sospetto che sarà sempre così. Più approfondisco sia artisti che amo, sia la mia ricerca come artista prima o poi quel incontro quel senso di mistero. Se dopo un concerto mi si avvicina qualcuno e mi dice “Hey Dave! Ma questo non è jazz!”… beh significa che ce l’abbiamo fatta. Qualcuno si sta facendo delle domande. Spero che accada anche quest’anno.

Wolfy e Ulisse a Monte Adone nell'inverno 2017 (foto di Elisa Berti)

(foto di Gianfranco Rota)

E quando questo accade, quale è la tua risposta?
La cosa bella di Bergamo Jazz è che va oltre il momento del concerto, ci si incontra in contesti diversi, ci si parla e tanto anche. Ecco, quello che vorrei dire a chi viene a sentire un musicista è questo: sappiate che ci influenzate tantissimo, anche se forse non ve ne rendete conto. Noi sul palco suoniamo, ma sentiamo – in tutti i sensi – quello che succede: il modo in cui applaudite, i silenzi, la vostra presenza. Tutto questo ci tocca profondamente. È un’ispirazione per noi, tanto quanto può essere per voi essere nella stessa sala di David Murray… come lo sarà per me del resto. (David Murray sarà al Teatro Creberg il 23 marzo, ndr)

Condividere l’esperienza della musica dal vivo, stare insieme nello stesso posto.
La presenza, certo. Anche il luogo è fondamentale e su questo Bergamo Jazz è potentissimo. Quando sono arrivato a Bergamo i concerti erano al Teatro Sociale o al Donizetti, ma Bergamo è piena di posti splendidi, sia in Città Alta che nella parte bassa, quindi è stato naturale proporre di andare oltre i teatri. Porteremo musica all’Oratorio di San Lupo, uno spazio bellissimo, intimo e inusuale, saremo ospitati in Sala Piatti e all’Accademia Carrara, un luogo meraviglioso dove due forme d’arte dialogano e in molti altri luoghi in tutta la città.

Jazz e arte, insieme.
Non sono poi così lontani… pensate a una grande mostra di Tiepolo in un museo. Prima di andarci mi informo un po’ sull’artista, sul contesto, mi faccio un’idea e me la gusto meglio. Con il jazz è la stessa cosa, non è necessario farlo per forza, ma quel minimo di ricerca in più, anche solo su Youtube per sentire qualche passaggio dell’artista se non lo si conosce… sarà uno spunto che aprirà le porte a un’esperienza sicuramente più profonda che lascerà spazio alla sorpresa del live e dell’improvvisazione. Cosa succederà sul palco?

Wolfy e Ulisse a Monte Adone nell'inverno 2017 (foto di Elisa Berti)

(foto di Roberto Ciffarelli)

Ancora mistero insomma…

Eh, sì! (ride, ndr) Mistero, ma anche grandi conferme. In quest’edizione celebriamo i settantacinque anni di Gianluigi Trovesi, un grandissimo che avete in città. Sarà lui ad aprire il festival con il suo quintetto accompagnato dalla pianista israeliana Anat Fort e con la Bergen Big Band per uno spettacolare doppio concerto. Il Teatro Sociale quella sera (21 marzo, ndr) sarà tutto per Gianluigi, mentre per una leggenda vivente come il sassofonista camerunense Manu Dibango ho pensato al Teatro Creberg, dove porterà il suo show incredibile, proprio la sera del mio compleanno. Dedicare uno spazio alle sonorità africane è una delle cose a cui tenevo di più per questo festival. Il jazz è nato in America, rappresentiamo tanti artisti americani, accanto a grandissimi europei, tra Italia, Polonia, Francia, Spagna e Inghilterra, ma questa è una musica trasversale, va oltre i confini e volevo aprire una finestra nuova (ne abbiamo parlato qui, ndr).

Un’altra finestra che apri anche quest’anno dentro Bergamo Jazz è il festival nel festival curato da Tino Tracanna…
“Scintille di Jazz”! Con questo spazio negli anni abbiamo fatto un grandissimo lavoro per rappresentare i giovani musicisti di tutta la regione: non è una cosa così comune in quest’ambito. Prima di un’icona del jazz come Archie Shepp (Creberg Teatro, 22 marzo, ndr), ci sarà uno dei concerti-scintilla di questo festival. E poi un’altra cosa a cui tengo molto… la presenza delle donne nel programma. Per molti il binomio jazz e donne non è molto comune, anzi c’è un luogo comune direi: il jazz lo fanno gli uomini. Non è assolutamente così, se ci voltiamo indietro troviamo artiste come Mary Lou Williams che hanno fatto la storia, mentre a Bergamo Jazz da non perdere è la cantante, danzatrice e percussionista ivoriana Dobet Gnahoré (Creberg Teatro, 23 marzo, ndr) e con lei molte altre talentuose donne in cartellone.

Wolfy e Ulisse a Monte Adone nell'inverno 2017 (foto di Elisa Berti)

(foto di Thomas Skiffington)

Dei tuoi quattro anni di jazz a Bergamo quali sono i momenti a cui sei più legato?
Durante la mia prima stagione da direttore artistico alcuni colleghi mi hanno chiesto di salire sul palco con loro e suonare la tromba. Mi ha toccato molto. Era il loro momento eppure mi hanno invitato a farne parte. Un’altra volta ero a cena in un ristorante e il cameriere dopo aver portato l’ultimo piatto si è fermato per darmi la sua opinione su un concerto e io mi dissi: “Wow! Tutta la città è coinvolta!”.

Coinvolgimento, collaborazione, contaminazione, sperimentazione…
Sono tutti aspetti fondamentali per me. Mi piace la varietà, l’accostamento di stili e di forme di espressione differenti, come la danza, ma anche il cinema e durante il festival ci sarà occasione di vedere anche quello. La diversità è ciò che ci rende più forti. Persone differenti che stanno insieme, è la forza della musica. Questo rende tutto più ricco e potente, più umano.

(foto primo piano di Gianfranco Rota)

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