Per Claire Filmon la danza è come la cioccolata

Dal 17 giugno workshop e performance sull’esplorazione del corpo per Festival Danza Estate

Venerdì 21 giugno ore 17.54. Solstizio d’estate. Una data e un orario preciso per trovarsi con Claire Filmon sotto un quadrato di cielo nel Monastero del Carmine in Città Alta.
Lei aspetterà lì chiunque senta il desiderio e la curiosità di esplorare il corpo e i suoi movimenti durante il workshop “Solitude Ensemble” proposto al Festival Danza Estate dal 17 al 21 giugno, un percorso aperto anche a chi non ha mai danzato, che culminerà con il passaggio dalla primavera all’estate (info sul sito del festival, link in fondo).
La sera alle 20 la coreografa, danzatrice e pedagoga parigina presenterà con i partecipanti al workshop un frammento del lavoro fatto insieme, per poi lasciare spazio alla performance “Step 1_Time is a friend?”, un incontro fra Filmon e le coreografe Johanna Partio e Barbara Boiocchi che esplorano la composizione in tempo reale (alla fine le tre saranno in dialogo col pubblico).

Prima di lasciare parlare il corpo, durante questi momenti di esplorazione, Filmon ha condiviso la sua visione della danza. Una pratica attraverso cui traspare un’intera concezione della vita, che passa da piccoli gesti di attenzione per ritornare presenti a sé, come sentire i punti di contatto con una forchetta. Gesti di cura ed esercizi di disciplina che ridonano al corpo spontaneità e libertà di movimento e una grande passione, lieve, mai travolgente, che ha il sapore di una tavoletta di cioccolata.
La semplicità dell’essere sé stessi, presenti e amorevoli. Una semplicità che è tutto fuorché facile da raggiungere. Claire Filmon ha trovato una sua strada verso questa semplicità. Una strada fatta di improvvisazione, pedagogia e ascolto di sé. “Non posso far altro che condividerla, non siamo forse qui per questo? Condividere e crescere?”.

A Bergamo il tuo workshop sarà focalizzato sull’esplorazione delle potenzialità del corpo e del suo movimento…
Credo che sia importante prenderci del tempo per esplorare il nostro corpo, un elemento che spesso non abbiamo a fuoco. Uso questo verbo, perché lo può fare ognuno di noi anche senza essere un danzatore o danzatrice di professione: esplorare.

Quindi in questo caso la tecnica non conta così tanto.

Sì, non si tratta di tecnica, ma di ascolto e osservazione di chi siamo nello spazio. Ci troveremo in quello spazio magico che è il Monastero del Carmine, qui ognuno cercherà un suo posto e sarà invitato ad affidarsi alla spontaneità: “Sei libero di muoverti e andare. Se non ti senti bene puoi sempre cambiare direzione. È come guidare la macchina, poi incontrerai delle altre auto e il tuo itinerario ne dovrà necessariamente tenere conto”.

Ecco il perché della scelta di un titolo come “Solitude Ensemble”.
Solitudine e Insieme. La scelta di ognuno è personale, ma facciamo qualcosa con gli altri. In brevissimo tempo, persone che non si conoscono si troveranno a condividere uno spazio,e ad essere insieme ancor prima di fare qualcosa. È come trovarsi alla stazione. Ognuno deve prendere il treno e non c’è tempo di ragionare sul perché, bisogna solo muoversi e salire in carrozza. Naturalmente poi si crea una composizione. Il perché della scelta è puro mistero, non è neanche necessario saperlo in questo caso. Conta il come ognuno di noi agisce. Non c’è giusto o sbagliato in assoluto, c’è quello che è giusto o sbagliato per ognuno. Se qualcosa non va dentro di te lo senti, continua a esplorare e non aver paura di cambiare, puoi anche fare errori, va bene. Magari alla fine capirai che il tuo errore è stata una fortuna.

Nel tuo lavoro ti concentri molto sulla consapevolezza del corpo. Fai riferimento in particolare all’esistenza di diversi corpi: un primo, un secondo e un terzo. Cosa intendi?
Questo concetto arriva da Lisa Nelson, una mia insegnante, che riflette sul corpo, sul rapporto che abbiamo con esso e sulle sue funzioni. Il primo corpo è quello della vita quotidiana. È il corpo con cui ti muovi, con cui cucini, lavori, il braccio con cui saluti una persona. Il secondo è il corpo fisico, quello che riconosci affaticato o tonico, quello che “senti” quando cominci a fare sport e a ballare, o quello che scopri anche solo concentrandoti sul respiro. Il terzo corpo invece emerge quando si è completamente presenti e concentrati: nel mio caso totalmente presenti nel ballo. Non c’è nient’altro, tutto il resto scompare. Ci sono professionisti che cercano di raggiungere questo stato per tutta la loro carriera e non ci riescono e persone senza preparazione che semplicemente ballando ci arrivano, è un click che scatta. Pura magia.

Cosa significa essere presenti? Sembra una parola tanto immediata ma tanto difficile da raggiungere…
La consapevolezza della propria presenza fisica è fondamentale in questo processo. Possiamo cominciare a concentrarci sul respiro, sull’aria che entra ed esce dalle narici. Possiamo portare l’attenzione sul piede destro che tocca il pavimento, cercare di capire con quale precisa sua parte ciò avviene. Prendere la forchetta in mano e stare attenta a cosa tocca la pelle. Sono gesti semplici, ma che ci riportano a noi stessi. Basta qualche secondo e la voglia di divertirsi a esplorare. Forse non è semplice all’inizio fare attenzione, ma è come la cioccolata, è così buona… quando cominci poi è difficile fermarsi. Così è la danza per me.

Quando è la prima volta che hai assaggiato questa cioccolata?
Ero molto piccola, forse avevo sei anni. Non conoscevo il gusto della cioccolata, ma ho visto in tv delle ballerine che danzavano ed era tutto così bello che ho voluto provare. Ho cominciato con una classe di balletto. Solo essere lì e stendere le braccia e sentire il mio corpo che si agitava nello spazio mi faceva stare bene. Il nostro corpo ama il movimento, siamo noi spesso che ce ne dimentichiamo.

Il balletto richiede molto rigore. L’improvvisazione verso cui ti sei orientata nel tuo percorso all’interno del mondo della danza cosa richiede?
Lo stesso, anzi di più! Improvvisare richiede una grande disciplina. Non tanto per la tecnica, perché sei libera di muoverti dove e come vuoi, quanto per la precisione della consapevolezza e l’attenzione per tutto quello che succede attorno a te. Significa imparare a osservare i movimenti che naturalmente siamo portati a fare, a ascoltare il nostro respiro, le nostre reazioni, il nostro corpo e quello che c’è attorno a noi e ciò che emerge. Ricordo di aver parlato dell’improvvisazione con una coppia: lei cucinava molto bene, lui era un calciatore. Nessuno dei due sapeva ballare, ma hanno capito: “Facciamo la stessa cosa, anche se facciamo cose diverse” mi han detto…

Cosa intendevano?
Quando lei guardava nella credenza non sapeva quali e quante spezie aggiunto alla ricetta, né lui sapeva di preciso quali sarebbero stati i suoi movimenti in campo, ma entrambi sarebbero arrivati davanti al piatto pronto o alla porta per segnare. Questo concetto lo spiega benissimo Molière nel suo libro “Il borghese Gentiluomo”, quando Messieur Jourdain chiede al maestro di filosofia di insegnargli a scrivere e si trova davanti alla scelta tra poesia e prosa. Quando realizza che parlare è prosa e improvvisazione, si rende conto che è tutta la vita che in realtà aveva la capacità di farlo, solo non ne era consapevole e doveva solo portare la sua attenzione e il suo impegno su quello e semplicemente provare.

Oltre alla danza ti occupi anche di pedagogia. Come dialogano tra loro queste discipline?
Condividendo quello che amo come fa una madre fa con il figlio. Non posso fare ciò che faccio senza condivisione, siamo tutti qui per quello: per crescere noi e far crescere gli altri nella direzione in cui possiamo farlo. Per ognuno poi l’esperienza è differente, possiamo solo sperare che le persone riescano a cogliere ciò che di buono c’è per loro dentro quello che noi condividiamo. Se poi ciò che trovano non gli piace, almeno lo hanno realizzato. Più abbiamo conoscenza del nostro corpo, più possiamo fare cose particolari, non ci sono segreti e anche se alcuni corpi sono più semplici di altri si può sempre scoprire qualcosa.

Nel tuo percorso di ricerca nel mondo della danza citi alcuni riferimenti per te fondamentali: il primo è Lester Horton che all’inizio del Novecento ha lavorato ispirandosi alle tradizioni dei Nativi Americani…
Non l’ho mai incontrato purtroppo, ma ricordo un’immagine in un suo libro: il danzatore non stava ballando, stava cucendo il suo costume. La danza non è solo movimento, impari molto sugli abiti, sulla luce, su un team di persone che lavora insieme. Horton ha dato alla danza la possibilità di aprirsi alle altre forme d’arte e arricchirsi di profondità grazie ad esse. Inoltre il suo lavoro ispirati ai Nativi è fondamentale: cosa li fa ballare? Non mostrare cosa san fare o quanto bene, c’è un qualcosa di profondamente spirituale connesso a forma di guarigione e di elevazione, di ritualità che fa bene a chi lo pratica, ma anche a chi ne è spettatore.

Un’altra figura fondamentale tra i tuoi riferimenti artistici è Bella Lewitzky, una coreografa e insegnante californiana, che dopo aver studiato con Horton, ha sviluppato un suo metodo che accanto alla performance del corpo, guarda anche alla sua tutela…
Ero a Lione, stavo seguendo un workshop quando ho incontrato Bella. Aveva 65 anni, forse anche qualcosina in più, era molto tecnica e stava mostrando dei movimenti molto impegnativi per il corpo di chiunque. Era perfetta e io mi son detta: “Voglio muovermi anche io così quando avrò la sua età”. Vederla mi ha fatto capire che era possibile. Mi ha dato una chiave che stavo cercando per sciogliere un dubbio: “Fino a quando il mio corpo mi permetterà di ballare?”. Prima di incontrarla avevo paura di distruggere il mio fisico nella pratica, ma non sapevo come fare. Lei me l’ha mostrato con l’esempio, con questa capacità di controllo che diventa un prendersi cura di sé amorevole. Sono molte le persone che si rovinano, seguendo quello che ti chiedono gli altri, poi ti si blocca la schiena e non riesci più a fare nulla. Per te è finita, gli altri prendono un altro ballerino e vanno avanti. Riconoscere il proprio limite e lavorare attorno ad esso è il più grande insegnamento di Bella.

Cosa intendi per “lavorare intorno” al limite?
Il limite è fondamentale. È lì per salvarti. Prima devi conoscere a che punto del percorso si trova, non è semplice né facile riconoscerlo e rispettarlo. Poi puoi avvicinarti il più possibile, ma con cura e attenzione. Restare lì, in quello spazio di tensione senza superarlo fa sì che il limite si sposti a poco a poco, mentre tu ti abitui e diventi più resistente. Non funziona in un solo senso, è come le onde: prima avanti e poi indietro, non preoccuparti di quando vai giù, di quando non riesci a stare vicino al limite, è parte del processo anche quello. Così come imparare l’umiltà in relazione a esso: puoi muoverti non quando vuoi, ma quando sei pronto. È un misto di gioia e cura, il corpo è un amico e trattarlo con gentilezza è tutto quello di cui ha e abbiamo bisogno. Penso a Simone Forti: ha 84 anni oggi e danza ancora.

Cosa rappresenta questa danzatrice e coreografa italo-americana per te?
Le possibilità che abbiamo, sempre. Se cominci a 65 anni a danzare non sarai il ballerino dell’Operà di Parigi, ma sicuramente avrai fatto qualcosa di bello per te e per il tuo corpo. Sperimentare è la chiave. Ricordo un’infermiera che è venuta a una delle mie classi perché voleva cominciare a ballare. Dopo un po’ si è resa conto che non era per lei e ha smesso ed è ok. Ci sono tanti modi di muoversi: molte persone preferiscono correre nella foresta, altre arrampicarsi. Ognuno di noi ha un piccolo animale al suo interno da tirare fuori e nutrire. “Vuoi qualcosa da mangiare? Prova questo…”. È tutta una questione di cura, magari l’animaletto annusa e non è cosa, magari gli piace. Non lo sai finché non ci provi.

Anna Halprin è un’altra pioniera che ritorna tra i tuoi riferimenti e che oltre alla danza, dà molta attenzione alla capacità di entrare in contatto con il mondo naturale in un modo più “esperienziale” e diretto, che cambierebbe il modo in cui trattiamo l’ambiente, noi stessi e gli altri…
Siamo natura. Se ti prendi cura di essa, lei si prenderà cura di te. È come l’ossigeno, devi averlo sia dentro di te, sia fuori per poter vivere. La scelta di allineare un workshop di esplorazione del movimento del corpo a un giorno come il Solstizio d’Estate va in questa direzione, in cerca di una connessione con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente. Anche in un posto come un Monastero, dove la natura sembra non esserci in realtà c’è. Ricordarlo è semplice, basta alzare lo sguardo e vedere cosa sta sopra di noi. Un quadrato di cielo ci accompagna.

https://www.festivaldanzaestate.it/

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