MUSICA
5 Lug 2019

Bombino, radici Tamasheq come corde di chitarra

Il desert bluesman nigerino ospite a Resta in Festa a Palazzolo l’11 luglio insieme a Giorgio Canali

Lo chiamano – certo non con grandissima fantasia – il Jimi Hendrix del deserto. Bombino, al secolo Goumar Almoctar, classe 1980, è probabilmente oggi l’artista più famoso, insieme ai Tinariwen, di quello che viene definito Mali blues. “Il Sultano delle sei corde” (definizione del New York Times, diciamo all’ingrosso, sintomo di una visione del mondo per cui tutto è un po’ sultanato) è il primo artista africano a portare il Niger, sua terra d’origine, sul palcoscenico dei Grammy Awards con l’ultimo disco “Deran”, uscito l’anno scorso e nominato “Best world music album 2019”.

Con il suo blues desertico, Bombino sarà ospite a Resta in Festa a Palazzolo sull’Oglio l’11 luglio (oltre a lui Giorgio Canali, ingresso gratuito), prima di partecipare al Jova Beach Party di Jovanotti, suo grande fan, che l’ha voluto anche nel singolo “Si alza il vento”.
Amatissimo anche da Dan Auerbach dei Black Keys – che nel 2013 ha prodotto il suo secondo album “Nomad” – il chitarrista e songwriter nigerino ha esordito piazzandosi direttamente al primo posto della World iTunes Chart nel 2011 con “Agadez”, album che porta il nome della sua città d’origine.
Radici e identità sono due presenze fortissime nella musica di Bombino, un mix di blues solare, rock, riverberi funk e di Tamasheqgae, un levare desertico di cui l’artista è pioniere, cantato in tamasheq, la lingua madre di quelli che in Occidente vengono chiamati Tuareg o “uomini blu” – definizione che loro, berberi del Sahara, non amano particolarmente.

Onestamente non posso nemmeno immaginare di cantare in una lingua che non sia la mia”, dice Bombino. Ma dove la parola diventa una barriera nel comunicare con il pubblico, arrivano le sonorità: “coloro che non capiscono il tamasheq riescono a percepire il sentimento, l’emozione dietro le canzoni”. Brani che affrontano temi come “l’amore per la mia cultura, gli amici e la famiglia, il rispetto per la nostra storia e il deserto – spiega il musicista – In queste cose trovo ispirazione e lo stile dei miei live alla chitarra è l’evoluzione del passato combinata con generi diversi”.

Tra i riferimenti musicali di Bombino, oltre al già citato Hendrix, anche Mark Knopfler, nomi che il nostro ammira perché “ogni loro esibizione si sviluppava in connessione con gli strumenti e i musicisti a cui erano legati”. Una connessione che rappresenta una fusione tra le sonorità occidentali e quelle del Delta del Niger, dove versi di emancipazione e lotta prendono forma e raccontano la storia di un popolo nomade dimenticato dall’Occidente, costretto in fuga in un paese dilaniato da un conflitto senza fine.

Come racconta nella sua biografia, una terribile siccità nel 1984 colpisce il Niger e il Mali, le popolazioni locali perdono tutto e si trovano costrette a lasciare le campagne ed emigrare verso Libia e Algeria. I Tamasheq, vedendo i loro diritti ignorati dal governo maliano, si opporranno e sceglieranno di condividere i motivi di ribellione con la comunità locale attraverso il mezzo più potente, la musica, tanto che la chitarra Tamasheq tra gli anni Novanta e i primi Duemila sarà bandita nel paese per ben due volte in quanto simbolo dei ribelli.

La musica è essenziale per i Tamasheq, è fondamentale come l’acqua o l’aria, non c’è cultura Tamasheq senza la nostra musica – spiega l’artista – Il messaggio più importante per me è ricordare la nostra storia, la nostra cultura, ciò che ci rende unici al mondo e lottare per preservare questa identità. Questo è un tema costante di molta musica Tamasheq compresa la mia”.
Tra gli artisti-attivisti che rivendicheranno i diritti dei Tamasheq in musica anche Ibrahim ag Alhabib, leggendario chitarrista dei Tinariwen, e Abdallah Oumbadougou, personaggi che oggi Bombino omaggia spesso nei suoi concerti. Tributi non casuali, perché sono loro le figure chiave della musica tishoumaren. Ovvero la musica Tamasheq fatta di poliritmie circolari, canto corale e quell’urlo tremolante caratteristico di questi lidi culturali, che nasce dal movimento rotatorio della lingua. Sopra a tutto questo Bombino e i suoi predecessori aggiungono la chitarra elettrica, ancheggiante come nel classico incedere dei Tinariwen in odore di pre-war blues o portata verso lidi differenti da Bombino e altri nuovi rappresentanti di un filone che tanto ha dato alla musica dell’ultimo decennio.

Con una sei corde lasciata da alcuni parenti in visita dalle prime linee della ribellione nel 1990 a soli dieci anni, Goumar farà i suoi primi esperimenti da autodidatta alle sei corde sulle orme dei grandi nomi citati. Cercherà di imitarli a orecchio, prima di incontrare il chitarrista Tamasheq Haja Bebe. Sarà proprio lui che dopo avergli fatto da maestro gli chiederà di entrare a far parte della sua band. Qui il giovane muoverà i primi passi come Bombino, soprannome derivato da una storpiatura della parola italiana “bambino”, data la sua giovanissima età.

Grazie al debutto “Guitars from Agadez Vol. 2”, Bombino arriverà alle radio nazionali prima e in California poi con la band Tidawt, grazie a un tour promosso da una Ong. Qui nel 2006 registrerà una cover dei Rolling Stones che uscirà in “Stone’s World: The Rolling Stones Project Volume 2”, album prodotto dal sassofonista di Keith Richards. Dopo l’uccisione di due membri della sua band da parte degli eserciti governativi, Bombino si rifugerà in Burkina Faso ed è qui che lo troverà il filmmaker Ron Wyman, giunto in Africa per girare un documentario sui Tamasheq. Sarà lui a portarlo in studio e a produrre “Agadez”, l’album che lo farà conoscere in tutto il mondo.

Oggi Bombino accanto alla sua attività di musicista ha scelto di aiutare la comunità Tamasheq a ottenere pace e diritti, tutelando la propria eredità culturale e promuovendo l’educazione. La scelta di cantare nella sua lingua d’origine come mezzo di affermazione identitaria per Bombino ritorna nella volontà di promuoverne anche l’insegnamento ai bambini nigeriani, insieme al francese e all’arabo. “Abbiamo combattuto per i nostri diritti – sottolinea lui – ma abbiamo visto che le armi non sono la soluzione. Dobbiamo cambiare il nostro sistema. I nostri bambini devono andare a scuola e conoscere la loro identità Tamasheq”.

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