Stefano Bollani: basta monumenti ai grandi del passato

“Le etichette che diamo noi oggi alla musica sono nate per vendere dischi”. Il 16 maggio al Creberg per il Festival Pianistico

Senta signor Bollani, ma secondo lei è vero che la classica non è musica per vecchi? Insomma, lo scenario della musica “colta” sta cambiando? E come? Il fatto che in un Festival internazionale storico come quello pianistico di Brescia e Bergamo, si inseriscano anche programmi come “Concerto azzurro” per pianoforte e orchestra (al Creberg Teatro il 16 maggio con l’Orchestra Filarmonica di Bologna diretta da Kristjan Järvi) può essere un indizio.

Stefano Bollani è un musicista trasversale, diplomato al conservatorio, rapito dal jazz, dalla musica brasiliana. Ama la canzone, Gershwin, l’improvvisazione. “‘La classica non è musica per vecchi’ è prima di tutto una frase bellissima, che però va declinata sempre. Quando noi facciamo dei monumenti ai grandi del passato, da Beethoven a Dante, quei simulacri non si muovono più: sono statue e ci vanno sopra i piccioni. In realtà è un peccato quando questa musica viene percepita come troppo alta, troppo lontana nel tempo. Semplicemente non è vero, quello è solo il modo per allontanarla. Più ne facciamo monumenti assoluti, più allontaniamo la musica dalla percezione, non solo dei giovani. La musica va vissuta e non relegata in un parco come una statua senza braccia o senza gambe”.

Quanto all’improvvisazione, non riguarda solo il jazz, giusto?
Prendiamo “Concerto azzurro”: utilizzo una pratica che usavano tutti una volta. Mozart improvvisava buona parte di quel che stava suonando con un’orchestra, lo stesso facevano tanti altri. S’improvvisava sui temi delle opere famose. C’è rimasto poco di questa pratica perché la musica è stata tramandata per via scritta. Di conseguenza anche Mozart ha dovuto scrivere delle cadenze perché la musica è stata tramandata per via scritta. Di conseguenza anche Mozart ha dovuto scrivere delle cadenze perché l’editore ne aveva bisogno; anche George Gershwin ha dovuto scrivere la parte di pianoforte di Rhapsody in Blue perché così voleva l’editore, ma lui la improvvisava in scena. Quel poco che rimasto è nascosto, neanche troppo se pensiamo a certi compositori romantici che scrivevano “improvvisi” che han continuato ad esistere sino al ’900. Erano composizioni che nascevano dall’improvvisazione. La struttura era meno forte di quella di una ‘sonata’ o di un ‘concerto per pianoforte e orchestra’”.

Sia in studio che in scena, lei serba una visione molto aperta sui generi musicali. Sembra non riconoscerne i confini, li travalica sui dischi, in televisione, quando scrive libri. Sembra che per lei la musica sia un tutt’uno. I generi hanno dunque origini esterne alla musica?
Le etichette che diamo oggi alla musica sono tutte nate per poter vendere i dischi. Il termine rock’n’roll è stato inventato da un deejay per spiegare di cosa si trattava secondo lui. Era qualcosa alla moda da coniugare ai blue jeans e alla Coca Cola; anche il termine jazz in definitiva è inventato. Sono nomi che abbiamo dato ad una cosa per poterla collocare negli scaffali dei dischi. Inizialmente alcune di queste parole avevano anche un senso, il blues, ma si è perso quando di quella parola si è voluto fare un genere musicale, un cliché al di là del sentimento. Conosco un sacco di musicisti che fanno blues, senza essere dei tradizionalisti, utilizzando delle formule per esplorare altri sentimenti. E questo vale anche per la musica rock. Oggi è sempre più difficile incasellare i compositori, gli artisti.

Pensa che per capire la musica si debba essere scortati da chissà quale bagaglio culturale?
Viviamo in un’epoca meravigliosa da questo punto di vista: oggi con un clic possiamo ascoltare quello che ci pare. Non ci sono più scuse. Chiunque può costruirsi un proprio percorso, attraverso un’esplorazione, un consiglio, un articolo di giornale. Naturalmente non tutta la musica può piacere a tutti. Questo però non è un assunto drammatico. Semplicemente ognuno di noi può individuare un suo percorso e scoprire che Beethoven gli piace tantissimo e Haydn no. Non v’è nulla di male. Dobbiamo sfruttare la grande possibilità di cliccare su una tastiera e ascoltare ogni cosa. Vedo che il pubblico è sempre più trasversale: ascolta alcuni compositori classici, alcuni musicisti jazz, va ai concerti di alcuni cantanti rock.

Da musicista come vive questo mondo dove il visivo, la visione sembra aver preso il sopravvento su tutto? Esiste un pubblico che riesce a sentire, anche senza vedere? La musica è volatile, vibrazionale…
Spero ci sia un pubblico così. Io ne faccio parte e presumo che ci siano altri fratelli in giro per il pianeta. Quando diciamo che la musica è un linguaggio universale per una volta ammettiamo la verità: è effettivamente il linguaggio dell’universo. L’universo è una vibrazione, il suono è la cosa su cui ci fondiamo. Se non ci fosse quella vibrazione io e lei non potremmo esistere e non avremmo niente intorno. Il suono è il linguaggio fondante del nostro pianeta. Sono convinto che la musica vada a toccare zone del nostro corpo, del nostro cervello che abitualmente sono spente. Dunque è un ottima pratica sentire la musica. Una pratica anche meditativa, sicuramente curativa. Non si sono fatte sufficienti ricerche per stabilirlo scientificamente, ma per fortuna ci sono studi serissimi sull’uso delle frequenze come possibilità di cura. È una cosa che gli antichi sicuramente conoscevano. Non a caso cantavano e ballavano davanti al fuoco.§

L’azzurro del suo concerto non è solo un colore, fa riferimento al quinto chakra, è quello dell’udito?
È il chakra della gola, quindi dell’espressione. Il concerto l’ho chiamato azzurro perché è pieno di informazioni che avevo voglia di tirare fuori. Per questo mi sembrava giusto dedicarlo a quel chakra che va usato.

Da jazzista, da appassionato e cultore della musica brasiliana, da conoscitore della canzone popolare e d’autore, ma anche da frequentatore delle orchestre sinfoniche, come vive tutte queste presunte diversità?
Per me è un tutt’uno. La prendo larga: nella storia del mondo c’è un’entità che qualcuno chiama Dio, altri chiamano energia primordiale, e quell’uno si scinde in tante componenti: noi, accanto alle piante, o a qualsiasi cosa si veda. Siamo tutti parte di un’unica cosa, ma ci siamo scissi da essa per poter capire, anche per divertirsi. La possibilità che abbiamo di guardarci dall’esterno è divertente. Tra un gruppo free jazz che improvvisa e alcune cose di musica colta contemporanea dello stesso periodo, gli anni ’70 il tipo di suono che ascoltiamo non è così diverso, anche se si è arrivati al risultato secondo strade, approcci, studi diversi.

In programma al Festival Pianistico porta anche “Rhapsody in Blue” e il “Bolero” di Ravel. Anche in questo caso scrittura e improvvisazione si confrontano in scena?
Col Bolero non c’entro nulla: se ne occupa l’Orchestra sinfonica di Bologna, diretta da Kristjan Järvi. Per quanto riguarda la partitura della rapsodia la prima volta che Gershwin l’ha portata in scena non aveva scritto la parte di pianoforte, tanto l’avrebbe suonata lui, improvvisata al momento. Questo è l’alibi storico che mi autorizza a fare altrettanto.

http://www.festivalpianistico.it

(da L’Eco di Bergamo del 7 aprile)

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