E che cumbia: alla scoperta della diaspora musicale del nuovo millennio

Davide Toffolo, cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti e autore della graphic novel dedicata alla musica originaria della Colombia, è il fondatore dell’Istituto italiano di Cumbia e ci spiega le ragioni del boom di un fenomeno che sta conquistando gli artisti e il pubblico di tutta Italia e non solo.

La Colombia non è solo narcos riportati in auge dalle serie tv. Colombia è anche cumbia. Una parola che per molti vuol dire poco ma che in realtà è al centro di un fermento artistico e melting pot musicale che sta riscuotendo successo e proseliti anche in Europa, Italia e Bergamo. Dove? All’Ink Club di via Carducci che ha messo in pista una collaborazione con diverse agenzie di booking che si stanno interessando al fenomeno, portando in Europa artisti di cumbia moderna.

Tutto ha avuto inizio a ottobre con una due giorni di cumbia, portando l’unico dj orobico che ha un intero set dedicato Massimo Perola, in arte Sonido Luminoso, oltre a Macha Y El Bloque Depresivo, un side project dei più famosi Chico Trujillo, formazione di cumbia cilena famosa in tutto il Sud America e non solo. La due giorni ha preso il nome di «Cumbia! Festival» e, a tutti gli effetti, è stato il primo e unico festivalino dedicato al genere in Italia. Da questa due giorni è nata l’idea di portare avanti una rassegna durante l’anno con lo stesso nome, grazie appunto alla collaborazione con le agenzie. Capita, infatti, sempre più spesso di avere artisti sudamericani in Europa e di poterli portare a condizione relativamente vantaggiose in Italia.  Ad esempio domenica 9 dicembre arriva il mitico Rolando Bruno, un musicista argentino, one mand band e inventore della cumbia trash, un sottogenere di cumbia molto scanzonato. «Mi Cholita» è la sua hit, per capirci. E non è uno scherzo.

Cosa è la Cumbia

Ma cosa è la cumbia? È un genere folkloristico, un ritmo, un ballo, una cultura e una tradizione della musica del Sud America e sta diventando un punto di riferimento per tanta musica indipendente nel mondo. Nasce originariamente in Colombia, sulle coste del Pacifico, dall’unione dei canti popolari indigeni, dei tamburi degli schiavi africani e della lingua castigliana dei conquistadores: questa è la cumbia campesina, vale a dire dei contadini, dominata da fisarmonica e dal clarino e con le voci crude e stonate. Il fil rouge della cumbia è il ritmo dei tre «tambores» (tambora, tambor alegre e llamador) eil güiro di latta, strumento fondamentale del ritmo cumbiero, simile a una grattugia.

Si è propagata poi rapidamente in tutta l’America Latina, creando nuove varianti mescolate ad altri ritmi autoctoni. C’è la cumbia peruviana, quella messicana, quella argentina, quella ecuadoriana, le quali poi a loro volta si ramificano in altrettante cumbie di diverse origini e infinite sfumature culturali. La ricchezza di questa unione risiede dunque nella vastità degli strumenti e, in misura maggiore, nel loro utilizzo, poiché responsabili dell’immensità di intrecci tra ritmi, melodie e danze.

Dal Sudamerica al resto del mondo

Dalla Colombia all’Argentina, dal Perù all’Ecuador, ma anche in Francia, in Italia, negli Stati Uniti e in Canada, musicisti hanno cominciato a giocare a mischiare, a creare e a influenzare vecchi e nuovi generi unendo i suoni e i motivi della cumbia a moderni ritmi di musiche elettroniche, pop, hip hop e ambient. Gli strumenti tradizionali vengono accompagnati da chitarre e batterie elettriche, da sintetizzatori, da sample e remix. Si parla dunque della tecnocumbia, della cumbia digitale, della cumbia elettronica, della cumbia psichedelica e così via.

Fare una lista dei musicisti e delle etichette è impossibile tanto per fare qualche nome si potrebbero citare per prima cosa le due etichette portanti della cumbia latinoamericana: ZZK Records e Terror Negro Records. Tra i musicisti invece ci sono i Dengue Dengue Dengue, Deltatron e Chakruna dal Perù; i Frente Cumbiero, i Mitù e i più conosciuti Meridian Brothers dalla Colombia; Nicolas Cruz dall’Ecuador; Chancha via Circuito, El Remolon, King Coya e La Yegros dall’Argentina. E poi c’è l’inglese Quantic, l’italiano Populous e il newyorkese Uproot Andy.

L’Istituto italiano di Cumbia

Ma nella realtà italiana come si inserisce questo antico mondo, i cui confini sono labili e in continuo mutamento, al punto da aver stravolto le definizioni di genere musicale e aver ribaltato gli stilemi dell’ascolto? Il primo contatto avvenne nel 2011 grazie a Lorenzo Jovanotti, da sempre attento osservatore e studioso delle nuove proposte provenienti dal Sud America, quando scrisse per Adriano Celentano «La Cumbia di chi cambia», settimo brano dell’ultimo disco di inediti del molleggiato, dal titolo «Facciamo Finta che Sia Vero».

Da lì in poi il principale soggetto che sta portando avanti questo progetto decisamente originale, che è un vero e proprio collettivo, è l’Istituto italiano di Cumbia che in qualche anno ha sfornato due compilation che sono specchio di una nuova onda di «italo-cumbia» ad opera di diversi gruppi provenienti da tutta Italia, cantanti, producer, collettivi musicali. L’Istituto Italiano di Cumbia è composto da Cacao Mental da Milano, Malagiunta per Torino, Ucronic da Pordenone, i romani Los3saltos e Franiko Calavera, Mr. Island a Lignano Sabbiadoro e Il Soffritto da Città di Castello, solo per citarne alcuni.

Deus ex machina dell’Istituto è Davide Toffolo, cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti, nonché ideatore e illustratore di fumetti e graphic novel: l’ultima si chiama proprio «Il cammino della Cumbia», un documentario costruito su un viaggio lungo 8.500 chilometri che l’autore ha realizzato fra gennaio e febbraio del 2018. Una ricognizione partita da Buenos Aires e arrivata a Cartagena, in Colombia, un viaggio durante il quale Davide ha seguito le orme lasciate dalla musica tradizionale negli anni. Un cammino, appunto, tra musicisti, avventure e storie di cultura, per scoprire un ballo capace di tenere il tempo a un intero continente .

Abbiamo intervistato Toffolo, di fatto il padre putativo della nuova ondata di cumbia italiana, che il 26 gennaio sarà all’Ink Club per la presentazione del suo romanzo a fumetti con tanto di spettacolo live.

Toffolo perché la cumbia è il nuovo punk?

«Perché è una musica semplice che si può fare con pochi strumenti. Anche Joe Strummer si era sbilanciato dicendo che la musica di Andres Landero, El rey de la cumbia, era la musica definitiva. Mi immagino un’Italia invasa dalla cumbia, gruppi in ogni città con varianti diversissime. Cumbia milanesa, cumbia genovesa, cumbia di Pordenone e di Bologna. Cumbia allegra, veloce, lenta, cumbia black, metal, melodica, elettrica, acustica, psicadelica, dolce e tristissima. Ogni quartiere il suo gruppo. Ogni quartiere il suo immaginario e le sue storie. Procuratevi una grattugia, un tamburo e una melodica, guardate in giro e raccontate quello che succede intorno a voi».

Una musica popular nel senso più nobile del termine quindi…

«Ormai la cumbia ha suonatori in tutto il mondo, dall’Inghilterra a New York, da Parigi a Barcellona. È la “peregrinacion sonidera” come cantano nelle canzoni di cumbia tradizionali, e così arrivata anche in Italia, a Milano e Pordenone. Faccio alcuni nomi, solo per non sembrare pazzo: Quantic, Calexico, Los miticos del ritmo, Cumbia Cosmonauts, Meridian Brothers, Uproot Andy, Manu Chao, Senor Coconuts, Pibes Chorros, e ovviamente i Tre allegri ragazzi morti. Adesso toccherà a noi dare la declinazione locale italiana della cumbia. Ci ha dato una mano un artista italiano che di musica sud americana ne sa molto, Jovanotti, una super star di cui siamo diventati amici. Lui ne aveva scritta una cantata da un altro gigante, Celentano Adriano, quindi la nostra, sbandierata come prima cumbia, forse è la seconda».

Qual’è il fil rouge che accomuna tutti?

«A unire questi artisti è certamente il doppio sguardo, uno rivolto al passato e uno al presente, ma a dividerli è il fatto che ogni artista appartiene a un contesto culturale proprio e si rifà a dei suoni, ritmi e melodie così come a delle immagini, visioni e storie di tradizioni nazionali e locali che vengono non solo rievocate e filtrate attraverso un gigantesco imbuto digitale ma anche trasformate e utilizzate sulla base di complessi contesti politici, economici e sociali».

E a livello musicale?

«Le caratteristiche principali dell’approccio qui da noi finora utilizzato, in un incontro tra la canzone d’autore italiana e il tradizionale suono della “grattugia”, il güiro, strumento fondamentale del ritmo cumbiero, sono il mix tra la musica popolare con suoni elettrici ed elettronici, sulla scia della nu-cumbia prodotta da alcuni famosi dj. La cumbia psichedelica, con il suo andamento ipnotico, diventa contemporanea, digitale, electrocumbia: si è quindi evoluta. È rielaborata, trova nuove contaminazioni, con l’aggiunta ad esempio di strumenti diversi, tutti “nostri”, come i fischietti ad acqua di Matera, che l’han resa più radiofonica e, in generale, appetibile al grande pubblico».

Qualche anticipazione sulla serata all’Ink Club?

Si comincerà con la presentazione del libro tra musicisti incontrati, avventure, cultura e storia di un America popolare e tenuta assieme da un ballo, la Cumbia appunto. Sarà però anche una festa. Dopo il libro si darà infatti spazio alla musica con «Italo Cumbia»: non un classico dj-set, bensì un’esibizione live durante la quale canterò, affiancato da Nahuel e da Luca Masseroni, batterista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che suonerà le percussioni dal vivo.

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