Persecutori e perseguitati nel film documentario per gli 80 anni dalle leggi razziali

Ci sarà anche il regista Pietro Suber martedì 23 alle 21 al Cinema del Borgo per la proiezione di “1 9 3 8. Quando scoprimmo di non essere più italiani”, un contributo con testimonianze originali sulle leggi antiebraiche in Italia.

In questo 2018 si celebra l’80esimo anniversario delle leggi razziali. Martedì 23 ottobre alle 21, al Cinema del Borgo (Via Borgo Palazzo, 51, Bergamo) si terrà la proiezione del film documentario “1 9 3 8. Quando scoprimmo di non essere più italiani”, alla presenza del regista Pietro Suber (ingresso 5,50 euro). La pellicola ricostruisce le vicende che portarono dalle leggi antiebraiche alla deportazione degli ebrei italiani attraverso cinque storie raccontate in gran parte dai diretti protagonisti. A parlare non sono solo le vittime, ma anche i cosiddetti persecutori. Con loro gli altri testimoni, cioè quella stragrande maggioranza di italiani che non aderì alle leggi razziali, ma neppure vi si oppose.  Per saperne di più abbiamo intervistato il regista, Pietro Suber, che è stato anche reporter di guerra e ha vinto tre volte il premio Ilaria Alpi.

Lei è un giornalista, più che uno storico. Come si è avvicinato al tema delle leggi razziali?

Ho seguito per lavoro il processo Priebke e mi sono trovato a intervistare anche ex ufficiali delle SS che erano presenti ad Auschwitz. Le leggi razziali sono un tema trattato soprattutto dal lato delle vittime, io mi sono concentrato sui temi su cui c’è meno letteratura: i collaborazionisti e i delatori. Sono stati numerosi, basti pensare alle tante bande fasciste che c’erano a Roma, ma è difficile cercali e convincerli a parlare. Quelli ancora vivi sono pochissimi, quelli in grado di raccontare e dare il loro consenso ancora meno, più volte ho fatto interviste audio molto interessanti ma senza liberatoria. Nel documentario ne ho scelta una, che riguarda il caso della presunta delazione della famiglia di un ex repubblichino.

Perché tanti italiani decisero di denunciare conoscenti, vicini di casa, colleghi ebrei?

C’era un prezzario per vendere gli ebrei alle SS: cinquemila lire un uomo, tremila lire una donna, mille lire un bambino. Lo hanno fatto per soldi, perché erano fascisti convinti, perché lo diceva il Duce, perché magari volevano impadronirsi dell’appartamento del vicino o della cattedra di un professore rivale.

Non siamo stati molto meglio dei nazisti…

Io voglio proprio sfatare il mito di italiani brava gente. È uno stereotipi duro a morire, tanti pensano che gli italiani abbiano avuto un atteggiamento diverso dai tedeschi, ma sono stati solo i numeri ad essere diversi. Dall’Italia partirono 8mila ebrei per i campi di sterminio, il 90% grazie alle denunce di altri italiani, che agirono per soldi o per loro convincimento. Di questi tornarono in 800.

Come ha operato per raccontare questo pezzo di storia?

Ho cercato storie originali, poco conosciute, e mi sono basato sulle testimonianze dirette. Il rischio adesso è che con la perdita dei testimoni si perda la memoria. Dei 25 intervistati che ho inserito nel film, 4 nel frattempo sono già morti. Ho utilizzato anche il repertorio dell’Istituto Luce, ma anche qui cercando filmati poco visti. Ad esempio ho trovato un pezzo di cinegiornale del 1941 sui primi pogrom antiebraici in Ucraina, dove con compiacimento venivano mostrati gli ebrei presi a botte. Quindi si sapeva delle persecuzioni razziali.

C’è anche una parte dedicata all’attualità?

Sì, mi pongo una domanda: cos’è rimasto della memoria delle leggi razziali? Per questo ho intervistato giovani di alcune organizzazioni di estrema destra e ho chiesto cosa ricordano o cosa sanno… Le risposte sono inquietanti.

La data di proiezione a Bergamo è unica, il film è disponibile anche per le scuole (per insegnanti ingressi omaggio ai primi 20 che fanno richiesta a mediateca@sas.bg.it).

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